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venerdì 4 gennaio 2013

L'alibi di satana

Chiamare certa gente "satanisti" fa comodo a tutti. Alla fine dei conti chi siamo noi, miseri mortali, per impicciarci delle questioni del maligno? Chiamarli semplicemente vandali invece, oltre a togliere quell'aura di mistico potere malvagio, richiama all'ordine ben più di un responsabile (Comune, Soprintendenza, proprietari stessi) che dovrebbe tutelare quelle che oggi sono ormai le spoglie di Villa Piuma. Se c'è qualcosa che traspare dai graffiti e dalle scritte lasciate dai "visitatori indesiderati" sulle pareti dell'edificio non è certo l'inclinazione verso pratiche diaboliche, se mai è una certa imperizia nell'uso di vocaboli triviali della lingua italiana e una dubbia qualità grafica che suggerirebbe di intensificare i corsi di ornato nelle scuole dell'obbligo, tanto da avere, per lo meno, atti vandalici "artistici". Ancora meno "satanico" appare l'atteggiamento verso l'intero complesso architettonico: non so se il diavolo abbia l'uso di smontare pezzo per pezzo i luoghi in cui poggia il piede (o lo zoccolo), ma i suoi presunti seguaci senza dubbio si sono dati un gran da fare sotto questo punto di vista. Al decadimento apportato dall'incuria e dagli agenti atmosferici (importante è infatti il danno causato da un parziale crollo del tetto che ha denotato cospicue infiltrazioni d'acqua nelle volte), si sono aggiunte distruzioni sistematiche e quasi totali di qualunque elemento presente nella struttura, per arrivare, infine, anche al sollevamento delle lastre dei pavimenti o all'abbattimento di muri, quando non allo scavo di voragini nel suolo stesso della villa.

Ecco dunque il risultato di anni di abbandono e del "non voler vedere" il problema del vandalismo da parte delle autorità competenti che, lo ricordo, hanno il DOVERE di vigilare sullo stato conservativo di un bene vincolato (e villa Piuma lo è) nonostante esso appartenga ad un privato. Anzi, la legge prevede che qualora il proprietario stesso non sia in grado di gestire quel determinato bene storico-artistico, l'organo competente dovrebbe intervenire per tutelarlo, arrivando in casi estremi anche alla diretta presa in gestione del manufatto.

Invece come al solito tutto tace: la villa è misconosciuta dai genovese e "mitizzata" come luogo "malefico" dagli abitanti locali (e da alcuni siti internet), tanto che gli unici frequentatori sono i vandali-satanisti, i giocatori di Soft-air e (ultimamente) una troupe di fotografi (!!!); la famiglia proprietaria langue in uno stato di empasse dovuto ai più che tradizionali screzi nobiliari interni; il Comune credo che non sappia neppure della sua esistenza; la Soprintendenza...che cosa sarebbe questa "Soprintendenza"????
Risultato della conta, a nessuno importa cosa succede alla villa. Genova perde un ennesimo simbolo di un ideale di bellezza che se in passato fu dei "pochi" (gli aristocratici che a suon di palanche si facevano erigere magnifici palazzi), oggi potrebbe e dovrebbe essere di tutti: Villa Piuma gode di una vista straordinaria (forse unica) sulla val Polcevera che spazia sino al mare, a quindici kilometri di distanza, senza essere ostacolata neppure dalle oscenità oggi costruite per imbruttire e soffocare il lungo-fiume. Avrebbe potuto essere un luogo piacevole per i ragazzi e le famiglie, un albergo, un ristorante, un museo, un ostello, un centro benessere, una casa di qualcuno che volesse occuparsene, ma non è stata, non è e non sarà nulla di tutto questo.
Aspetteremo che il tempo passi, che i satana vari completino in vece nostra l'opera di demolizione e quando le sue finestre non saranno che orbite vuote affacciate sul mare e sui monti liguri potremo dire, tutti in coro d'amore e d'accordo, che oramai è troppo tardi per salvarla. Oggi, adesso, quando ancora qualcosa per salvare questo luogo che se non artisticamente è straordinario paesaggisticamente, si potrebbe fare, nessuno ha voglia di sapere in che condizioni si trova. La conoscenza implica la responsabilità, e la responsabilità è una questione troppo, troppo scabrosa e faticosa per essere affrontata.
Dopotutto, l'alibi di satana non è così male come copertura no?


Appendice.

Dal momento che online troverete solo notizie di Villa Piuma a riguardo di messe nere, profanazione di tombe o racconti risibili su congiure demoniache legate ad atroci sacrifici umani del passato, vi lascio semplicemente alcune notazioni storiche sul'edificio stesso, che è stato effettivamente ben poco studiato.
Edificata nei primi decenni del XVIII secolo per la famiglia Pittaluga, la villa passa nelle mani della famiglia Piuma nel 1812, per rimanervi sino ai giorni nostri. La struttura della villa si qualifica come legata al tradizionale volume rettangolare tipico dell'architettura genovese, presentando sul fronte un atrio al piano terreno con tre grandi aperture, vicine alla concezione introdotta dall'Alessi nel XVI secolo. Ben diversa è però la monumentalità del costruito, che non presenta logge o spazi aperti, ma una solidità e compattezza estreme, scandite solo dalle aperture delle finestre e dal fregio marcapiano che separa il piano terra dal piano nobile. Gli spazi interni originari furono rimaneggiati alla fine del XIX o all'inizio del XX secolo dai Piuma, che  ampliarono il parallelepipedo della villa con l'aggiunta di alcuni volumi sul retro della stessa, inglobando molto probabilmente anche la cappella, che fino ad allora era con tutta probabilità un volume separato. Invariati rimasero il grande e luminosissimo salone del piano nobile e in generale tutti gli ambienti sul fronte dell'edificio, mentre sul retro vennero inseriti due piani ammezzati e alcune scale di servizio per far fronte al numero di "abitanti" della villa che doveva essere cospicuo nei periodi di utilizzo intenso.
Degno di nota è l'atrio voltato, delimitato da due coppie di colonne ioniche binate su cui insistono archi a tutto sesto, mentre la decorazione degli spazi interni, sebbene molto presente, è di matrice tardo ottocentesca se non novecentesca (specialmente l'ambiente della cappella) con raffigurazioni ad affresco di carattere floreale e a grottesca e non sembra degna di particolare rilevanza artistica. Di incredibile pregio è invece la vista che si gode dal salone del piano nobile, potendo far spaziare lo sguardo su tutta la val Polcevera giungendo sino al mare, comprendendo nel campo visivo ai lati sinistro e destro sia i forti di Genova che il Santuario della Madonna della Guardia. Grande rilevanza dovevano avere anche le essenze piantate nel giardino antistante la villa, a partire dai grandiosi cedri centenari che ancora svettano nello spiazzo oggi invaso dai rovi. Resta ancora leggibile, sebbene fortemente compromessa, la strada di accesso carrozzabile e pergolata che conduceva dalla casa del custode sino allo spiazzo antistante la villa: ne rimane il tracciato tipicamente sinuoso a tenaglia attorno allo spazio del parterre centrale e la serie di piloni tra cui si intravede un vialetto ciottolato.


Atrio al piano terreno, chiuso da coppie di colonne binate a formare una atipica serliana
I capitelli in stucco quasi totalmente distrutti dalle mani dei vandali

L'atrio, come si presentava nei primi decenni del XX secolo (fonte: Le ville del Genovesato)

Soffitto voltato e decorato a fresco con pesante cedimento della struttura portante

Soffitto voltato e decorato a fresco con decorazione del XX secolo


Canocchiale visivo della Val Polcevera sino al mare, godibile dal salone del Piano Nobile

Altare della cappella completamente distrutto dai vandali 

Fronte della Villa



Fronte della villa visto dalla parte bassa del giardino

Angolo occidentale della villa dall'arrivo dell'antica strada d'accesso

Lato occidentale della villa. Si noti l'allungamento del tetto verso la parte posteriore, dovuto all'ampliamento voluto dai Piuma nel XX secolo.


Interno della Cappella.

Resti del grande camino di uno dei salotti del piano nobile

Particolare del fregio marcapiano

Il ninfeo sul retro della villa privato della statua che lo ornava e sommerso dalla vegetazione


Ciò che resta della biblioteca e dell'archivio Piuma




martedì 20 novembre 2012

Respice finem. Questione di punti di vista.


"Eccezionale. Dopo anni di ricerche e di studi finalmente gli sforzi congiunti di archeologi, storici dell'arte ed architetti hanno dato i frutti sperati. E' accaduto qui, a Genova, dove è venuto alla luce, sotto cinquanta centimetri di oscena e deturpante pavimentazione ottocentesca composta da selciato, sabbia e pietrisco, l'originale e magnifico ciottolato che pavimentava Strada Nuova a metà del 1500, anni della sua realizzazione. Lo straordinario ritrovamento ha subito messo in moto la macchina della tutela, che ha raccolto adesioni ed entusiasmi da ogni angolo: social network, giornali, singoli cittadini hanno cominciato a proporre soluzioni conservative ed espositive per il monumento che è ormai considerato testimonianza irrinunciabile e significativa dell'identità e della cultura dei cittadini. Chi propone una grande lastra trasparente per permettere a tutti di calcare ancora "virtualmente" gli antichi ciottoli sui quali, chissà, avrà forse posato la sua suola anche il pittore Luca Cambiaso o il fiammingo Pieter Paul Rubens; chi invece invoca un distacco e una musealizzazione più "ragionata" per meglio comprendere l'entità del manufatto e della sua importanza come testimonianza del grande "siglo de los genoveses". La soprintendenza ancora non ha proferito verbo, ma qualche voce di corridoio parla addirittura di un "Museo della Strada", che avrebbe come opera centrale e catalizzante proprio il ritrovamento epocale dei giorni scorsi."

Ecco, il tenore delle notizie che circolavano attorno a quello che a tutti gli effetti è stato uno "scavo" per motivi di gestione dei servizi pubblici (acqua, luce, gas), era senz'altro riassumibile come toni e come consapevolezza in qualche riga come quelle che ho provato, ironicamente, a scrivere io. Quello che è successo a Genova è molto banale in realtà: per l'ennesima volta hanno alzato il selciato di via Garibaldi, stavolta qualcuno se l'è data che quelle pietre tutte vicine non potevano essere lì per caso e "hip hip urrà" è uscita "l'antica via Aurea", secondo quanto starnazzavano tutti come le oche del Campidoglio a destra e a manca. Il passo dallo starnazzo alla concione è, si sa, molto breve e così in men che non si dica Facebook era popolato di grandi teorici della conservazione dei beni artistici, di grandi interessati alla "storia e cultura della propria città", alle "testimonianza preziose di un nobile passato". Chi sentenziava che è imprescindibile una finestra sul "pavimento" dell'attuale strada per poter ammirare l'abilità con cui i genovesi del XVI secolo giustapponevano le pietre, alla ricerca della perfezione e dell'equilibrio Rinascimentale; chi invece imponeva "ex cathedra" che subito si ponesse l'antico manufatto in un bel museo, in modo "che tutti possano ammirarlo"! E che diamine, vorrete mica privarci della NOSTRA via Aurea?? Noi, gli indefessi difensori della difesa di Genova città della cultura, dell'arte e della coscienza civile? Ma siamo pazzi? Stiamo forse scherzando? Chi è il folle troglodita e bifolco che oserebbe ancora porre terra e pietre sui sublimi conci sbozzati forse dalle diafane mani di Bernardino Cantone o (non oso neppure scriverlo) Galeazzo Alessi???
Bene, forse il troglodita e bifolco dimostrerebbe più sale in zucca di voi, amanti dello scoop, interessati da TG in edizione straordinaria, elettori di Obama e astenuti in Italia.
Pensate che una lastra di vetro o il confino (perchè è di confino che si tratta, non di esposizione) in una sala di un Museo sarebbero uno strumento utile a valorizzare il nostro misconosciuto e bistrattato patrimonio? Mi dispiace, eroi, sarebbe troppo facile: questi scoop, queste vittorie facili, questo "patrimonio diffuso", questa "tutela immediata" sono solo lo strumento per lavare la coscienza lurida di una Città che vive un'amnesia culturale quasi irreversibile, facendoci sentire tutti più "culturalmente impegnati" senza però impegnarci sul serio. Insomma è come fare le domeniche senza auto per far finta di essere un Comune amico dell'ambiente quando si taglia tutto il tagliabile sul trasporto pubblico, incentivando così quello privato con conseguente impennata del relativo inquinamento.

Noi NON abbiamo bisogno di altre lastre di vetro per terra. Mi bastano quelle di Santa Fede, quelle del porto antico e quelle che neppure ricordo perchè nessuno si è mai degnato di dirmene il significato e quindi per me e per tutti non vogliono dire nulla. Genova NON ha bisogno di un'altra sala di museo con l'ennesimo pezzo di pietra, eredità di chissachì, le bastano le sale (vuote) del Museo Diocesano, quelle (deserte) dell'Accademia Ligustica, la desolazione del Museo di Storia Naturale Giacomo Doria, le sue Ville dimenticate, le chiese deserte e semi abbandonate, la Basilica di Carignano e Villa Gustiniani Cambiaso, monumenti alessiani che crollano nell'anno alessiano (ironia del destino), l'Albergo dei Poveri - novella reggia del degrado organizzato.

Noi e Genova abbiamo bisogno di conoscere, amare e POI valorizzare (con consapevolezza quindi) il nostro patrimonio. Abbiamo bisogno di scoprire il piacere di riconoscere luoghi, valori, monumenti, capolavori, semplici "eredità" e testimonianze del passato che sono nostre per diritto, ci qualificano e ci rappresentano e in qualche modo sono anche il nostro biglietto da visita nei confronti di chi a Genova ci viene per turismo o per lavoro. Bisogno di senso civico, di responsabilità condivisa del NOSTRO patrimonio, perchè è venuta finalmente l'ora di smettere di demandare ad altri gli obblighi di tutela e valorizzazione: è il NOSTRO turno, quello di noi cittadini, di noi studenti, di noi "esperti" storici, storici dell'arte, geografi e letterati, di restituire agli occhi e ai cuori di tutti una città viva, frizzante e capace di esprimere un sincero coinvolgimento della sua gente.
Tutto questo però ha un prezzo, che è quantificabile nel voler fare le cose per bene, nel rischiare un investimento nella nostra promozione culturale puntando su giovani capaci ed entusiasti e non su dinosauri con il petto troppo pesante da un medagliere esageratamente folto. Un rischio però che sarebbe inevitabilmente ripagato cento volte tanto, creando quella circolazione di idee, eventi ed attività socio-culturali (concerti, conferenze, dibattiti, visite, tour guidati, mostre, aperitivi, feste....tutto -nei limiti- è lecito) che sono il motore delle attività commerciali, dell'immagine "pubblica" (e quindi turistica) della città e dei suoi abitanti. Si sa però, come ho detto, che una delle inderogabili leggi del mercato è che senza investimento, non ci può essere guadagno ed è questo il GIGANTESCO errore che l'Italia (ma un po' tutta Europa) sta commettendo: smettere di investire, tagliare solo in maniera brutale significa risparmiare un euro oggi, ma non riguadagnarlo mai più in futuro. Rendendoci però conto di questo processo erroneo e distruttivo si ha l'imperativo morale ed intellettuale di reagire: Genova come città può investire su se stessa, può proporsi come esempio virtuoso uscendo da una dinamica che potrebbe essere, se non fermata, catastrofica in breve tempo. Comprendere questo tipo di idea e farsene interprete dovrebbe essere l'obiettivo di ogni buona amministrazione che non mira al pareggio di bilancio gettando i libri contabili dalla finestra, ma che gioca il suo futuro sulle qualifiche, sulla volontà di fare bene e di crescere confrontandosi con la realtà presente (non passata) di un mondo delle cultura sempre più internazionale e multimediale, dove la COMUNICAZIONE è prerogativa indispensabile per dialogare efficacemente con le persone. BASTA eventi dove si trovano sempre le stesse 10 persone, BASTA personaggi incapaci che solo per aver pubblicato qualche libro amministrano istituzioni di cui non sono manifestamente in grado di promuovere il compito e l'importanza sul territorio, BASTA cultura-evento, mercificata come i prodotti in offerta al carrefour. BASTA, di queste cose NON abbiamo bisogno. I musei devono essere poli di dialogo aperto, centri di aggregazione, capaci di coordinare le iniziative sul territorio, non di reprimerle con gelosia e meschinità e così (ancora di più forse) dovrebbe fare la soprintendenza, organo preposto alla tutela dei beni, che oggi è una figura quasi più mitica del mostro di Lochness in quanto ad avvistamenti sul territorio. Sensibilità al mondo giovane, coinvolgimento attivo di scuole ed università, puntare ad un TARGET ALTO, non al minimo indispensabile per scimmie decerebrate, tanto per "tirare avanti". INVESTIMENTO (anche minimo all'inizio magari, ma minimo è sempre più di niente), SVECCHIAMENTO e innovazione, COMUNICAZIONE efficace e OBIETTIVI ALTI e ben delineati, sono a parer mio gli ingredienti per una città culturalmente vincente, capace anche di "mangiare" con la cultura, perchè no? Alla faccia (brutta) di Tremonti e di Bondi.

In conclusione, ricopriamola via Aurea. Non mettiamo vetri che non puliremo mai, non musealizziamo oggetti che non andremo mai a vedere. Il nostro patrimonio è ricchissimo e variegato, investiamo tempo, denaro ed affetti su ciò che possediamo. Sarà la strada per poter, in futuro, guardare a quel ciottolato con occhi più consapevoli.