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lunedì 10 dicembre 2012

La Cultura del "precotto"

Ricordo bene, come se fosse oggi, che quando avevo circa dieci anni a scuola si scatenò un putiferio. Ai genitori era giunta difatti voce che alla mensa scolastica (alle elementari facevo due pasti a scuola, il martedì e il giovedì) d'ora in avanti sarebbero stati serviti cibi precotti. Per non meglio specificate "necessità contrattuali" (quindi tradotto "spendere meno palanche") non era più possibile affidarsi all'attuale ditta che pagava le nostre amate cuoche e tutti i materiali necessari per cucinare un pasto per 200 studenti. Meglio il precotto, no? Basta cuochi, basta cucine, non sporca, se avanza si usa la prossima volta: abbatte i costi e abbatte gli sprechi.
Beh io precotti non ne ho mai mangiati, per lo meno a scuola in quegli ultimi due anni di elementari. I genitori, giustamente indignati per queste considerazioni che facevano pagare alla qualità del cibo dei loro figli alcune "limate" al bilancio dell'istituto, fecero l'impossibile ed imposero quasi al Direttore e al Consiglio scolastico di ritornare sui propri passi. Questo però ormai diciotto anni fa.
Ad oggi il precotto è all'ordine del giorno: mense scolastiche, mense aziendale, bar, fast food, pseudo ristoranti a prezzi popolari, addirittura cene plug and play per inchiappati dei fornelli o raffinati frettolosi. Osannato dalla pubblicità, decantato dai palati più fini, l'essere "cotto a priori" non ne denota più la caratteristica di "scarsa genuinità" che tanto aveva allarmato i nostri zelanti genitori, in anni certamente meno abituati al "fast food" di quelli in cui attualmente viviamo. Come il cibo abbiamo tra l'altro cominciato a precuocere tutto: le vacanze sono precotte, acquistabili in pacchetti prestabiliti che non implicano neppure la fatica di capire dove vuoi andare, basta puntare il dito a caso sull'offerta migliore, pagare, fare la valigia e aspettare che il "tour" finisca. La comunicazione è ulteriormente precotta: all inclusive, relax, io-te-noi-voi tutti Gratis. Neppure devo guardare l'offerta migliore: non devo neanche PENSARE, solo telefonare, telefonare, telefonare, navigare, chattare, scaricare. LORO pensano a tutto, anche a scegliere il telefono che funziona meglio per TE, ti consigliano la TUA tariffa ideale e via. ALL inclusive. Comunicazione precotta e servita, ancora calda. Divertirsi è precotto: cinema, sport, teatro. Per una modica cifra puoi avere TUTTO, senza rinunciare a NULLA. W il precotto! W il tutto! 

Abbiamo precotto la scuola: meno materie, insegnanti riciclati e molto spesso sfruttati senza certezze, nessuna stabilità di programmi e di qualità educativa. Una "mensa" educativa sempre più affollata e meno alta qualitativamente, dove la maggior parte degli avventori si accontenta di essersi in parte riempito lo stomaco, senza neppure sapere di cosa. Abbiamo precotto le Università, simbolo di eccellenza e di alta formazione: piani di studio take away, utili a riempire le tessere a punti dei crediti per vincere la pirofila (laurea) finale. Ma che cosa importa? Abbiamo diffuso la cultura no? Abbiamo dato da mangiare a più persone, a meno prezzo e con il risultato di riempire la pancia a tutti. Sì, è vero, ma con cosa?

Il precotto non è un cibo scadente, ma non è un cibo fresco. E' conservato, scaldato e servito, orfano di qualcuno che lo confezioni con cura sul momento, figlio di una catena di montaggio anonima e priva di personalità. Abbiamo trasposto con grande nonchalance questo processo, che fino a poco tempo fa faceva inorridire i nostri parenti, dal cibo alla nostra cultura. Così per esempio le mostre che dovrebbero essere fonte di arricchimento e conoscenza, per le opere esposte e per i cittadini che hanno occasione di fruirne, sono diventate degli show di masterpieces, privi di nome e di valore proprio perchè straordinariamente noti a tutti. La mostra viene visitata perchè tutti sanno cosa vedranno, ci vanno per quella o quell'altra "grande opera", la conoscono, sanno chi l'ha fatta, appare su tutti i cartelloni pubblicitari. E' un'esposizione del noto, del conosciuto. Del precotto. Il ragionamento che ci sta dietro sembra esattamente quello che fece, ai tempi suoi, il Direttore della mia scuola elementare: perchè mantenere qualche storico dell'arte a fare ricerche sulle opere da esporre o sul periodo da trattare? Perchè consultare un architetto o un designer per rendere accattivante, ideale, confortevole l'esposizione? Perchè lavorare su una pubblicità efficace e bella? Chiamiamo un personaggio che abbia tanti contatti, mi porta un Caravaggio, un Van Gogh, un Monet e la gente verrà a frotte! Poca spesa, tanta resa. Peccato però che parlare di cultura non abbia granchè a che fare con le modalità di cucinare un piatto di maccheroni per una scolaresca, per quanto importante questo possa essere.

Non voglio trarre una conclusione, perchè sarebbe solo amara e di amarezza non abbiamo proprio bisogno.
Negli anni dei tagli, della dimenticanza del bene, del vero e del bello vorrei solo che ci riconoscessimo troppo legati ad un mondo che corre troppo in fretta e troppo lontano, estraniandoci dalla consapevolezza della nostra ricchezza culturale e spirituale, dalle nostre radici e da ciò che può renderci felici e orgogliosi.
Un mondo che punta a precuocerci la vita, dicendo come, cosa e perchè dobbiamo credere, pensare e fare.

Vorrei che fossimo come quei genitori (tra cui i miei, che non ringrazierò mai abbastanza) che non si piegarono a far mangiare ai loro figli dei cibi precotti: uniti, consapevoli e pronti a lottare per ciò che riteniamo importante per noi e per le future generazioni.

martedì 20 novembre 2012

Respice finem. Questione di punti di vista.


"Eccezionale. Dopo anni di ricerche e di studi finalmente gli sforzi congiunti di archeologi, storici dell'arte ed architetti hanno dato i frutti sperati. E' accaduto qui, a Genova, dove è venuto alla luce, sotto cinquanta centimetri di oscena e deturpante pavimentazione ottocentesca composta da selciato, sabbia e pietrisco, l'originale e magnifico ciottolato che pavimentava Strada Nuova a metà del 1500, anni della sua realizzazione. Lo straordinario ritrovamento ha subito messo in moto la macchina della tutela, che ha raccolto adesioni ed entusiasmi da ogni angolo: social network, giornali, singoli cittadini hanno cominciato a proporre soluzioni conservative ed espositive per il monumento che è ormai considerato testimonianza irrinunciabile e significativa dell'identità e della cultura dei cittadini. Chi propone una grande lastra trasparente per permettere a tutti di calcare ancora "virtualmente" gli antichi ciottoli sui quali, chissà, avrà forse posato la sua suola anche il pittore Luca Cambiaso o il fiammingo Pieter Paul Rubens; chi invece invoca un distacco e una musealizzazione più "ragionata" per meglio comprendere l'entità del manufatto e della sua importanza come testimonianza del grande "siglo de los genoveses". La soprintendenza ancora non ha proferito verbo, ma qualche voce di corridoio parla addirittura di un "Museo della Strada", che avrebbe come opera centrale e catalizzante proprio il ritrovamento epocale dei giorni scorsi."

Ecco, il tenore delle notizie che circolavano attorno a quello che a tutti gli effetti è stato uno "scavo" per motivi di gestione dei servizi pubblici (acqua, luce, gas), era senz'altro riassumibile come toni e come consapevolezza in qualche riga come quelle che ho provato, ironicamente, a scrivere io. Quello che è successo a Genova è molto banale in realtà: per l'ennesima volta hanno alzato il selciato di via Garibaldi, stavolta qualcuno se l'è data che quelle pietre tutte vicine non potevano essere lì per caso e "hip hip urrà" è uscita "l'antica via Aurea", secondo quanto starnazzavano tutti come le oche del Campidoglio a destra e a manca. Il passo dallo starnazzo alla concione è, si sa, molto breve e così in men che non si dica Facebook era popolato di grandi teorici della conservazione dei beni artistici, di grandi interessati alla "storia e cultura della propria città", alle "testimonianza preziose di un nobile passato". Chi sentenziava che è imprescindibile una finestra sul "pavimento" dell'attuale strada per poter ammirare l'abilità con cui i genovesi del XVI secolo giustapponevano le pietre, alla ricerca della perfezione e dell'equilibrio Rinascimentale; chi invece imponeva "ex cathedra" che subito si ponesse l'antico manufatto in un bel museo, in modo "che tutti possano ammirarlo"! E che diamine, vorrete mica privarci della NOSTRA via Aurea?? Noi, gli indefessi difensori della difesa di Genova città della cultura, dell'arte e della coscienza civile? Ma siamo pazzi? Stiamo forse scherzando? Chi è il folle troglodita e bifolco che oserebbe ancora porre terra e pietre sui sublimi conci sbozzati forse dalle diafane mani di Bernardino Cantone o (non oso neppure scriverlo) Galeazzo Alessi???
Bene, forse il troglodita e bifolco dimostrerebbe più sale in zucca di voi, amanti dello scoop, interessati da TG in edizione straordinaria, elettori di Obama e astenuti in Italia.
Pensate che una lastra di vetro o il confino (perchè è di confino che si tratta, non di esposizione) in una sala di un Museo sarebbero uno strumento utile a valorizzare il nostro misconosciuto e bistrattato patrimonio? Mi dispiace, eroi, sarebbe troppo facile: questi scoop, queste vittorie facili, questo "patrimonio diffuso", questa "tutela immediata" sono solo lo strumento per lavare la coscienza lurida di una Città che vive un'amnesia culturale quasi irreversibile, facendoci sentire tutti più "culturalmente impegnati" senza però impegnarci sul serio. Insomma è come fare le domeniche senza auto per far finta di essere un Comune amico dell'ambiente quando si taglia tutto il tagliabile sul trasporto pubblico, incentivando così quello privato con conseguente impennata del relativo inquinamento.

Noi NON abbiamo bisogno di altre lastre di vetro per terra. Mi bastano quelle di Santa Fede, quelle del porto antico e quelle che neppure ricordo perchè nessuno si è mai degnato di dirmene il significato e quindi per me e per tutti non vogliono dire nulla. Genova NON ha bisogno di un'altra sala di museo con l'ennesimo pezzo di pietra, eredità di chissachì, le bastano le sale (vuote) del Museo Diocesano, quelle (deserte) dell'Accademia Ligustica, la desolazione del Museo di Storia Naturale Giacomo Doria, le sue Ville dimenticate, le chiese deserte e semi abbandonate, la Basilica di Carignano e Villa Gustiniani Cambiaso, monumenti alessiani che crollano nell'anno alessiano (ironia del destino), l'Albergo dei Poveri - novella reggia del degrado organizzato.

Noi e Genova abbiamo bisogno di conoscere, amare e POI valorizzare (con consapevolezza quindi) il nostro patrimonio. Abbiamo bisogno di scoprire il piacere di riconoscere luoghi, valori, monumenti, capolavori, semplici "eredità" e testimonianze del passato che sono nostre per diritto, ci qualificano e ci rappresentano e in qualche modo sono anche il nostro biglietto da visita nei confronti di chi a Genova ci viene per turismo o per lavoro. Bisogno di senso civico, di responsabilità condivisa del NOSTRO patrimonio, perchè è venuta finalmente l'ora di smettere di demandare ad altri gli obblighi di tutela e valorizzazione: è il NOSTRO turno, quello di noi cittadini, di noi studenti, di noi "esperti" storici, storici dell'arte, geografi e letterati, di restituire agli occhi e ai cuori di tutti una città viva, frizzante e capace di esprimere un sincero coinvolgimento della sua gente.
Tutto questo però ha un prezzo, che è quantificabile nel voler fare le cose per bene, nel rischiare un investimento nella nostra promozione culturale puntando su giovani capaci ed entusiasti e non su dinosauri con il petto troppo pesante da un medagliere esageratamente folto. Un rischio però che sarebbe inevitabilmente ripagato cento volte tanto, creando quella circolazione di idee, eventi ed attività socio-culturali (concerti, conferenze, dibattiti, visite, tour guidati, mostre, aperitivi, feste....tutto -nei limiti- è lecito) che sono il motore delle attività commerciali, dell'immagine "pubblica" (e quindi turistica) della città e dei suoi abitanti. Si sa però, come ho detto, che una delle inderogabili leggi del mercato è che senza investimento, non ci può essere guadagno ed è questo il GIGANTESCO errore che l'Italia (ma un po' tutta Europa) sta commettendo: smettere di investire, tagliare solo in maniera brutale significa risparmiare un euro oggi, ma non riguadagnarlo mai più in futuro. Rendendoci però conto di questo processo erroneo e distruttivo si ha l'imperativo morale ed intellettuale di reagire: Genova come città può investire su se stessa, può proporsi come esempio virtuoso uscendo da una dinamica che potrebbe essere, se non fermata, catastrofica in breve tempo. Comprendere questo tipo di idea e farsene interprete dovrebbe essere l'obiettivo di ogni buona amministrazione che non mira al pareggio di bilancio gettando i libri contabili dalla finestra, ma che gioca il suo futuro sulle qualifiche, sulla volontà di fare bene e di crescere confrontandosi con la realtà presente (non passata) di un mondo delle cultura sempre più internazionale e multimediale, dove la COMUNICAZIONE è prerogativa indispensabile per dialogare efficacemente con le persone. BASTA eventi dove si trovano sempre le stesse 10 persone, BASTA personaggi incapaci che solo per aver pubblicato qualche libro amministrano istituzioni di cui non sono manifestamente in grado di promuovere il compito e l'importanza sul territorio, BASTA cultura-evento, mercificata come i prodotti in offerta al carrefour. BASTA, di queste cose NON abbiamo bisogno. I musei devono essere poli di dialogo aperto, centri di aggregazione, capaci di coordinare le iniziative sul territorio, non di reprimerle con gelosia e meschinità e così (ancora di più forse) dovrebbe fare la soprintendenza, organo preposto alla tutela dei beni, che oggi è una figura quasi più mitica del mostro di Lochness in quanto ad avvistamenti sul territorio. Sensibilità al mondo giovane, coinvolgimento attivo di scuole ed università, puntare ad un TARGET ALTO, non al minimo indispensabile per scimmie decerebrate, tanto per "tirare avanti". INVESTIMENTO (anche minimo all'inizio magari, ma minimo è sempre più di niente), SVECCHIAMENTO e innovazione, COMUNICAZIONE efficace e OBIETTIVI ALTI e ben delineati, sono a parer mio gli ingredienti per una città culturalmente vincente, capace anche di "mangiare" con la cultura, perchè no? Alla faccia (brutta) di Tremonti e di Bondi.

In conclusione, ricopriamola via Aurea. Non mettiamo vetri che non puliremo mai, non musealizziamo oggetti che non andremo mai a vedere. Il nostro patrimonio è ricchissimo e variegato, investiamo tempo, denaro ed affetti su ciò che possediamo. Sarà la strada per poter, in futuro, guardare a quel ciottolato con occhi più consapevoli.

sabato 20 ottobre 2012

Self-Destruction


Penso sempre più spesso che il problema più grosso della nostra società odierna non siano la crisi economica, la mancanza di lavoro, la spersonalizzazione dovuta all'impiego esagerato di tecnologia o l'inquinamento, tutte cose che, in maniera naturalmente relativa, si sono ripetute in maniera più percepibile o più attenuata lungo tutto il corso della storia. Mi capita di ragionare sul fatto che, in definitiva, il mondo ha vissuto delle tragedie inimmaginabili e che ne è uscito, a volte, più forte di prima. Ma là dove la civiltà ha toccato un punto estremamente basso, fateci caso, la situazione era quella di una forte compromissione culturale, dove un'urlo continuo nelle orecchie che propugnava falsi valori, una voce diffusa, non identificata, ti invitava a non pensare più con la tua testa alla cosa pubblica, che tu, povero cittadino inerme, avevi in definitiva altri problemi. Ci avrebbero pensato loro, gli altri, quelli che "sapevano cosa fare", a sistemare le cose. Ed ecco che la volontà di scrollarsi di dosso un fardello ingombrante come "le cose di tutti", che nessuno mai sa bene dove inizino e quando finiscano, se puoi permetterti di dire al tizio davanti a te che per terra le cartacce non ce le deve buttare oppure no ad esempio, si fa strada prepotente nei cuori del popolo oberato dalle cogenti necessità dell'oggi. "Vi prego, occupatevene voi, ho già tanti pensieri!". Quante volte ognuno di noi ha avuto voglia di dire una cosa del genere, in un periodo magari convulso della propria vita, quando davvero si va a dormire con il fiato mozzo e la speranza di non svegliarsi se non in un altro mondo, dove tutte  quelle ansie, quegli impegni, quelle difficoltà che sembrano insormontabili non esistano affatto?
A quel punto, la bomba è innescata. O sai scuoterti, stringere i denti e aggredire alla gola i momenti che seguono fino a che, sfinito e sanguinante, non ti troverai sulla cima del colle e la strada sarà tutta in discesa, oppure un tic dopo l'altro la bomba scoppierà. Nessun sopravvissuto, garantito.
Rimarrà soltanto il senso di sollievo per essersi tolti quel fastidioso, asfissiante peso dal cuore. Sì ma poi....quel peso cos'era? Che cosa è che ho messo nelle mani di quei sedicenti personaggi che via via si avvicendano a dirigere me, la mia città e tutto il resto?
Era la mia storia, i miei beni artistici, la mia cultura, l'istruzione dei miei figli.
C'è il malcelato pregiudizio che di queste cose se ne possano occupare solo gli "esperti". Quelli che si sono spaccati il mazzo a studiare sui libri più scientifici, quelli che hanno preso dodicimila aerei per partecipare a convegni con i tipi più tosti del mondo, quelli che hanno scoperto la Gioconda II- La Vendetta di Leonardo o hanno salvato il Colosseo dalle ruspe guidando la folla con un megafono, quelli che salgono sul tavolo per spiegare la letteratura a fanciulli depressi sorridendo alla Robin Williams. Eppure basterebbe così poco perchè ci si rendesse conto che cultura, arte, istruzione non possono sopravvivere se non sono valori CONDIVISI. Abbiamo "ceduto le armi" affidando completamente a dei presunti "responsabili" (ministri, soprintendenti, università) il nostro bene più prezioso, l'ipoteca su di un futuro ricco e illuminato ed essi si sono clamorosamente presi gioco di noi. Hanno fatto sembrare che a tutti non importasse nulla di questa ricchezza, che loro, poverini, lottassero tutti soli contro i mulini a vento per tenere in piedi l'arretrata scuola italiana (che faceva ancora scrivere le risposte e non usava i test a crocette: che trogloditi!), l'infruttifero e marcescente patrimonio culturale ("eh è colpa del popolo ignorante che non va nei musei a pagare il biglietto se tutto crolla! Guardate in Inghilterra quanti visitatori hanno!" Peccato che là i musei siano gratuiti.) o la quasi dannosa università pubblica (che peró guarda caso sforna le migliori menti d'Europa). Ci hanno convinto che tutto faccia schifo inevitabilmente e che si stia a galla solo grazie ai loro funambolici tentativi di salvare il poco salvabile.
Beh ci stanno prendendo in giro. Queste amministrazioni hanno munto il più possibile una scuola indomita ma ormai scheletrica ed ottuagenaria, senza creare posti per i giovani che l'avrebbero rinnovata, senza eliminare gli sprechi, ma solo tagliando risorse. Non solo: ne hanno soffocato la volontà educativa, stuprandone la programmazione e la ricchezza delle materie. Stessa cosa per l'università, dove clientelismo e spreco regnano ancora sovrani, ma al contempo sono state inseriti demenziali criteri meritocratici che escluderanno per sempre i giovani ricercatori dall'accesso alle docenze, buttando al vento i soldi che noi tutti (lo stato) abbiamo investito nella formazione di laureati e dottorati. E che dire del nostro patrimonio monumentale e museale? Beh per parlare solo di Genova basta pensare che il Museo dell'Accademia Ligustica ha dovuto vendere parte delle sue collezioni (pubbliche, di tutti!) a un privato per sopravvivere, che l'Albergo dei Poveri sta come potete leggere poco sotto, che i monumenti Alessiani (nel 500nario della nascita di Galeazzo Alessi) sono in condizioni che definire pietose è un complimento, con prospettive di peggioramento!

E' ora di riprenderci ció che è nostro, di essere PRESENTI, CRITICI e COSCIENTI di quello che stanno facendo alla nostra cultura, perchè un domani non possano convincere i nostri figli che tutta questa ricchezza, questo sapere e questa LIBERTÀ non siano mai esistiti. Rendiamoci conto che il rischio è questo! Che si perda la consapevolezza dell'importanza di ció che abbiamo "appaltato" a dei cattivi amministratori.
Per questo vi chiedo, a voi che leggerete queste righe, NON mollate. Andate a qualche noiosa conferenza che qualche vecchio trombone indice, vivete sulla vostra pelle questa sensazione che ho provato a descrivere. E poi cambiamo tutto. Diciamo la nostra ed esautoriamo degli individui palesemente inadatti e dannosi a farsi carico di queste responsabilità. Questo peró non si puó fare se prima tutte queste cose non diventano di nuovo VALORE ed INTERESSE condiviso da tutti. Finchè ci si ritrova in cinque agli "eventi" culturali, questi tizi daranno sempre la "colpa" alla nostra ignoranza ed al nostro menefreghismo: dobbiamo dimostrare che non è così o scopriremo con orrore, tra non molto, di esserci irresponsabilmente autodistrutti.