Visualizzazione post con etichetta beni culturali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta beni culturali. Mostra tutti i post

martedì 26 marzo 2013

Se niente importa

Il Museo è un'istituzione permanente senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che effettua ricerche sulle testimonianze materiali e immateriali dell'uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, le comunica e specificamente le espone per scopi di studio, educazione e diletto.
Statuto ICOM (1989)


Vorrei condividere una questione che mi sta molto a cuore: la situazione in cui versa l'Accademia Ligustica di Belle Arti, soprattutto per quanto riguarda l'istituzione museale.
Non so quanti di voi conoscano questo luogo straordinario, ospitato in uno splendido palazzo edificato da Carlo Barabino in Largo Pertini, ma spero di non essere banale delineandone le coordinate fondamentali. Istituita nel 1751 ad opera di un circolo di aristocratici che ritenevano necessario creare un centro per lo sviluppo di una scuola artistica ligure, l'Accademia si arrichì immediatamente di un patrimonio di opere donate dai suoi illustri fondatori e da moltissimi benefattori che ne scorgevano lo straordinario potenziale educativo e l'eccezionalità artistica. Eretta quindi per volere di privati, l'Accademia divenne poi nel 1939 Ente Morale patrocinato dallo Stato e dal Comune, condividendo perciò con tutti i genovesi e poi con tutti gli italiani il proprio tesoro artistico e formativo. Ancora oggi dalle sue aule escono giovani formati nelle arti decorative che contribuiscono a mantenere vivo il sempre più complesso ruolo dell'artista nella società.

Brevissime pillole, che certo non esauriscono l'argomento a riguardo di questa istituzione così importante per il territorio e da cui passarono grandi personalità come Girolamo Grimaldi, Nicolò Traverso, Giovanni David, Santo Varni, Giulio Monteverde e moltissimi altri. Quello che oggi accade in relazione all'Accdemia Ligustica è però sinistro e preoccupante: una improvvida gestione che ha mantenuto il museo chiuso sabato, domenica e lunedì e ha limitato le aperture dalle ore 14 alle ore 18.30 durante i restanti giorni feriali, ha fatto sì che il Museo scivolasse tra  le strutture meno visitate in tutta la Liguria, pur godendo di una posizione straordinariamente centrale. Da una fondamentale non conoscenza alla totale dimenticanza il passo è breve e ad oggi quasi il 75% dei genovesi, se interpellati riguardo l'Accademia, risponde mostrando di non sapere assolutamente di cosa si sta parlando. Risultato finale: Museo misconosciuto e buco nelle casse di oltre 2 milioni di euro.

Ed ecco che si arriva al nocciolo della questione: per "salvare" il Museo e la Scuola, mantenendo però lo status quo e apparentemente non intendendo sanzionare amministratori così "poco attenti" e rinnovare l'offerta di questo magnifico luogo valorizzandolo a dovere, si è deciso (molto ma molto dietro le quinte) di vendere parte delle collezioni ad un privato, nella fattispecie la Banca Carige. Per parlare di questa questione, mi permetto di riportare l'articolo di Anna Orlando, apparso sul Giornale dell'Arte, che tratta oserei dire magnificamente la questione. Fatevi una vostra opinione e poi, se volete, commentate. A mio parere non è ancora giunto il momento di gettare la spugna davanti a un atto che non esito a definire un vero e proprio sopruso, perpetrato da chi, come gli amministratori di Beni come questi, avrebbe invece il compito di tutelarli.


Opere in vendita per salvare la Ligustica.
“Segnale sinistro”, dice Settis, “rischia di allontanare collezionisti e donatori”.
Genova. Pubblichiamo in anteprima l’elenco completo dei dipinti che l’Accademia Ligustica di Belle Arti sta vendendo alla Fondazione Carige. Opere di Domenico Fiasella, Bernardo Castello, Giovanni Andrea de Ferrari, Giovanni Battista Carlone, Vincent Malò, Cornelis de Wael, Carlo Antonio Tavella: una bella antologia di pittura genovese e fiamminga del Seicento, la sua epoca aurea. La vendita è ora possibile perché il Consiglio d’amministrazione dell’Accademia ha cambiato lo statuto che prevedeva l’inalienabilità dei propri beni. Lo scopo è il salvataggio dell’istituzione, ammesso che la boccata di ossigeno finanziaria possa essere qualcosa di più di un temporaneo tamponamento delle perdite che mettono a rischio gli stipendi dei dipendenti e la vita stessa dell’Accademia e del suo museo. Si tratta dell’alienazione definitiva di 28 dipinti, per un valore complessivo di circa 2 milioni di euro. I prezzi sono stati stabiliti dal confronto tra una perizia commissionata dall’Accademia e una controperizia della Fondazione e possono essere ritenuti equi: non si tratta di un affare né di un “bidone”. Non è questo il punto. Lo Stato potrebbe porre il veto o esercitare il diritto di prelazione, ma non farà né l’una né l’altra cosa. “Stiamo ultimando le ultime procedure formali che consistono nell’informare chi avrebbe diritto, a norma di legge, di esercitare la prelazione”, spiega Franco Boggero della Soprintendenza per i Beni storici, artistici ed etnoantropologici della Liguria, che con il direttore regionale Maurizio Galletti ha seguito ogni fase della lunga trattativa, sotto un velo di silenzio a cui qualcuno ha tentato in vano di ribellarsi. Secondo Boggero non è un fatto particolarmente grave, poiché “le opere si spostano di pochi passi, dalle sale dell’Accademia, o dai suoi depositi, ai nuovi spazi della Fondazione da poco aperti al pubblico ogni primo giovedì del mese in Palazzo Doria dove sono già ospitati, in comodato, alcuni quadri dell’Albergo dei Poveri”. Ma in questo caso non si tratta di un comodato (una delle ipotesi suggerite da molti), ma di una vendita definitiva e vi è quindi chi ne sottolinea tutta la gravità. In primis Salvatore Settis, che, informato della notizia, dichiara: “Una collezione storica è molto più della somma dei quadri che la compongono: e questo lo sappiamo ormai da secoli. Salvaguardare i singoli quadri non basta, è necessario preservare l’integrità delle collezioni”. E nello specifico aggiunge: “La vendita dei quadri dell’Accademia Ligustica va in senso diametralmente opposto. E’ un segnale sinistro, anche perché viene da una città civilissima e con musei pubblici giustamente famosi”. Quale il ruolo dei mecenati in proposito? “Dalle fondazioni bancarie, il cui patrimonio si è costituito coi risparmi dei cittadini”, risponde Settis, “ci aspetteremmo liberalità in favore delle istituzioni culturali e non che contribuiscano alla morte delle collezioni. Se questo esempio verrà seguito, l’intero sistema italiano dei beni culturali precipiterà nell’abisso.” Perentoria, la sua opinione si aggiunge a quella degli studiosi locali. Piero Boccardo, direttore dei Musei di Strada Nuova, personalmente e da storico dell’arte si discosta dalla linea adottata dallo stesso Comune, che è uno degli Enti locali che siede al tavolo del Cda dell’Accademia insieme a Provincia e Regione, Boccardo aveva studiato già nel 2010 un’ipotesi di razionalizzazione espositiva di quadri e sculture, da integrare alle collezioni civiche. Ma è stato pressochè inascoltato. E’ riuscito solo a far togliere alcuni quadri dall’elenco delle opere in vendita, dimostrandone l’inalienabilità. Altre però, sono rimaste nella lista, pur essendo poco rispettoso venderle nei confronti di chi le aveva donate. “Per esempio il “Paesaggio” di Giuseppe Bacigalupo, regalato dalla figlia Rosa, anche lei pittrice, perché l’Accademia non aveva opere del padre, che era stato tra gli insegnanti più illustri dell’istituzione”, spiega Boccardo. Un caso analogo è quello dei due “Ritratti” di Joseph Dorffmeister donati dall’autore nel 1803 quando viene nominato accademico. Un atto di irriverenza nei confronti dei donatori, che secondo Boccardo, è privo di stile, come lo è la vendita della “Maddalena” attribuita a Stefano Magnasco, acquistata coi fondi del Comune nel 1830 proprio per incrementare le collezioni dell’Accademia. A queste osservazioni il direttore dei Musei di Strada Nuova esprime disappunto e delusione per come è stata condotta questa operazione, che riteneva gravissima: “Si intacca così l’integrità di tutti i nuclei storici di una raccolta che è nata per la città. Inoltre, se negli Stati Uniti può aver senso che un museo venda, così come ha acquistato, per l’Italia è diverso. Quello museale è un patrimonio che è di tutti, indipendentemente dalla natura giuridica dell’Istituzione.” Ben conscio dei problemi finanziari dell’Accademia, Boccardo afferma: “Se il Museo rappresenta un costo, si può anche ipotizzare una temporanea chiusura, piuttosto che vendere”. Inascoltati sono stati anche un gruppo di provati cittadini, costituitosi in un comitato nel novembre del 2011 capeggiato da Eugenio Pallestrini, presidente del Teatro Stabile di Genova. Tra i firmatari sono diversi collezionisti (Egidio Gaslini Alberti, Roberto Clavarino, Paolo Magiante, Giorgio Teglio), intellettuali (Valdemaro Flick, Giuseppe Marcenaro, Gianni Martini, Marco Sciaccaluga, Magù Viardo) e professori universitari (Alberto Beniscelli, Ezia Gavazza, Lauro Magnani, Marco Salotti). Tra loro anche Maria Clelia Galassi, docente di Metodologia della storia dell’arte dell’Università di Genova, che dichiara risentita: “La nostra nonè n’alzata di scudi contro l’Accademia, né contro la Fondazione Carige, ma la denuncia della gravità di una vendita di beni che sono pervenuti all’Accademia perché ha ricoperto storicamente, una funzione pubblica quando, nell’Ottocento, non vi era un museo civico. E’ gravissimo”, ribadisce la Galassi, “che si vendano opere che giungono dal territorio o da enti pubblici come il Magistrato di Misericordia, o donate da privati che sapevano che nello statuto dell’Accademia era prevista l’inalienabilità”. Il precedente desta inquietudini nell’ambiente intellettuale genovese e dovrebbe scuotere anche la cittadinanza. Collezionisti, appassionati d’arte, artisti, grandi e piccoli mecenati è probabile che ci penseranno due volte a donare qualcosa ad un museo. La Galassi centra il problema quando afferma provocatoriamente: “Con questo si apre una strada pericolosa. Se continuiamo a non scandalizzarci, domani l’Accademia potrebbe vendersi il suo capolavoro di Perin del Vaga! Perché no?”.
Anna Orlando

Che cosa ha venduto?
Domenico Fiasella, Ester e Assuero, 250 mila euro; Giovanni Battista Merano, Mosè bambino e la corona del Faraone, 200 mila euro; Luca Saltarello, San Pietro risana un paralitico, 180 mila euro; Giovanni Battista Carlone, Giuseppe riconosciuto dai fratelli, 150 mila euro; Giovanni Andrea de Ferrari, Abigail porta i doni a Davide, 140 mila euro; Bartolomeo Biscaino, Bacco ebbro, 130 mila euro; Carlo Antonio Tavella, Paesaggio con la Maddalena, 110 mila euro; Carlo Antonio Tavella, Paesaggio con frate cappuccino, 110 mila euro; Vincent Malò, Sacra famiglia con i santi Elisabetta e Giovannino, 90 mila euro; Stefano Magnasco (attr.), Maddalena, 90 mila euro; Giuseppe Antonio Petrini, Filosofo, 90 mila euro; Giuseppe Bacigalupo, Paesaggio con pescatori, 70 mila euro; Domenico Fiasella, Busto di giovane donna, 55mila euro; Giovanni Agostino Ratti (?), Santa Caterina Fieschi, 55 mila euro; Giovanni Battista Merano, Sant’Agostino Vescovo, 50 mila euro; Giovanni Agostino Cassana, Nido di piccioni, 50 mila euro; Domenico Piola (attr.), Riposo durante la fuga in Egitto, 40 mila euro; Joseph Dorffmeister, Coppia di Ritratti, 40 mila euro; Bernardo Castello, La vendita della primogenitura, 35 mila euro; Bernardo Strozzi (attr.), Figura femminile, 35 mila euro; Anonimo, Cena in Emmaus, 25 mila euro; Anonimo, Copia da Veronese, 25 mila euro; Cornelis de Wael, Paesaggio con Mosè, 20 mila euro; Anonimo, Paesaggio con architetture, 15 mila euro; Cesare Corte, Maddalena, 15 mila euro; Anonimo, Catone, 5 mila euro; Anonimo, San Pietro, 3 mila euro.

lunedì 10 dicembre 2012

La Cultura del "precotto"

Ricordo bene, come se fosse oggi, che quando avevo circa dieci anni a scuola si scatenò un putiferio. Ai genitori era giunta difatti voce che alla mensa scolastica (alle elementari facevo due pasti a scuola, il martedì e il giovedì) d'ora in avanti sarebbero stati serviti cibi precotti. Per non meglio specificate "necessità contrattuali" (quindi tradotto "spendere meno palanche") non era più possibile affidarsi all'attuale ditta che pagava le nostre amate cuoche e tutti i materiali necessari per cucinare un pasto per 200 studenti. Meglio il precotto, no? Basta cuochi, basta cucine, non sporca, se avanza si usa la prossima volta: abbatte i costi e abbatte gli sprechi.
Beh io precotti non ne ho mai mangiati, per lo meno a scuola in quegli ultimi due anni di elementari. I genitori, giustamente indignati per queste considerazioni che facevano pagare alla qualità del cibo dei loro figli alcune "limate" al bilancio dell'istituto, fecero l'impossibile ed imposero quasi al Direttore e al Consiglio scolastico di ritornare sui propri passi. Questo però ormai diciotto anni fa.
Ad oggi il precotto è all'ordine del giorno: mense scolastiche, mense aziendale, bar, fast food, pseudo ristoranti a prezzi popolari, addirittura cene plug and play per inchiappati dei fornelli o raffinati frettolosi. Osannato dalla pubblicità, decantato dai palati più fini, l'essere "cotto a priori" non ne denota più la caratteristica di "scarsa genuinità" che tanto aveva allarmato i nostri zelanti genitori, in anni certamente meno abituati al "fast food" di quelli in cui attualmente viviamo. Come il cibo abbiamo tra l'altro cominciato a precuocere tutto: le vacanze sono precotte, acquistabili in pacchetti prestabiliti che non implicano neppure la fatica di capire dove vuoi andare, basta puntare il dito a caso sull'offerta migliore, pagare, fare la valigia e aspettare che il "tour" finisca. La comunicazione è ulteriormente precotta: all inclusive, relax, io-te-noi-voi tutti Gratis. Neppure devo guardare l'offerta migliore: non devo neanche PENSARE, solo telefonare, telefonare, telefonare, navigare, chattare, scaricare. LORO pensano a tutto, anche a scegliere il telefono che funziona meglio per TE, ti consigliano la TUA tariffa ideale e via. ALL inclusive. Comunicazione precotta e servita, ancora calda. Divertirsi è precotto: cinema, sport, teatro. Per una modica cifra puoi avere TUTTO, senza rinunciare a NULLA. W il precotto! W il tutto! 

Abbiamo precotto la scuola: meno materie, insegnanti riciclati e molto spesso sfruttati senza certezze, nessuna stabilità di programmi e di qualità educativa. Una "mensa" educativa sempre più affollata e meno alta qualitativamente, dove la maggior parte degli avventori si accontenta di essersi in parte riempito lo stomaco, senza neppure sapere di cosa. Abbiamo precotto le Università, simbolo di eccellenza e di alta formazione: piani di studio take away, utili a riempire le tessere a punti dei crediti per vincere la pirofila (laurea) finale. Ma che cosa importa? Abbiamo diffuso la cultura no? Abbiamo dato da mangiare a più persone, a meno prezzo e con il risultato di riempire la pancia a tutti. Sì, è vero, ma con cosa?

Il precotto non è un cibo scadente, ma non è un cibo fresco. E' conservato, scaldato e servito, orfano di qualcuno che lo confezioni con cura sul momento, figlio di una catena di montaggio anonima e priva di personalità. Abbiamo trasposto con grande nonchalance questo processo, che fino a poco tempo fa faceva inorridire i nostri parenti, dal cibo alla nostra cultura. Così per esempio le mostre che dovrebbero essere fonte di arricchimento e conoscenza, per le opere esposte e per i cittadini che hanno occasione di fruirne, sono diventate degli show di masterpieces, privi di nome e di valore proprio perchè straordinariamente noti a tutti. La mostra viene visitata perchè tutti sanno cosa vedranno, ci vanno per quella o quell'altra "grande opera", la conoscono, sanno chi l'ha fatta, appare su tutti i cartelloni pubblicitari. E' un'esposizione del noto, del conosciuto. Del precotto. Il ragionamento che ci sta dietro sembra esattamente quello che fece, ai tempi suoi, il Direttore della mia scuola elementare: perchè mantenere qualche storico dell'arte a fare ricerche sulle opere da esporre o sul periodo da trattare? Perchè consultare un architetto o un designer per rendere accattivante, ideale, confortevole l'esposizione? Perchè lavorare su una pubblicità efficace e bella? Chiamiamo un personaggio che abbia tanti contatti, mi porta un Caravaggio, un Van Gogh, un Monet e la gente verrà a frotte! Poca spesa, tanta resa. Peccato però che parlare di cultura non abbia granchè a che fare con le modalità di cucinare un piatto di maccheroni per una scolaresca, per quanto importante questo possa essere.

Non voglio trarre una conclusione, perchè sarebbe solo amara e di amarezza non abbiamo proprio bisogno.
Negli anni dei tagli, della dimenticanza del bene, del vero e del bello vorrei solo che ci riconoscessimo troppo legati ad un mondo che corre troppo in fretta e troppo lontano, estraniandoci dalla consapevolezza della nostra ricchezza culturale e spirituale, dalle nostre radici e da ciò che può renderci felici e orgogliosi.
Un mondo che punta a precuocerci la vita, dicendo come, cosa e perchè dobbiamo credere, pensare e fare.

Vorrei che fossimo come quei genitori (tra cui i miei, che non ringrazierò mai abbastanza) che non si piegarono a far mangiare ai loro figli dei cibi precotti: uniti, consapevoli e pronti a lottare per ciò che riteniamo importante per noi e per le future generazioni.

giovedì 22 novembre 2012

C.V.D. Come Volevasi Dimostrare.

http://genova.repubblica.it/cronaca/2012/11/22/news/via_aurea_rester_a_vista_l_antico_selciato_ritrovato-47205597/

Ed ecco che, con spiccata abilità profetica, si palesa all'orizzonte esattamente il quadro che mi ero figurato.
Mi domando se i "plebisciti" via Facebook siano un bene o un male. Per come la vedo io le strumentalizzazioni di massa e le "crociate" senza prese di coscienza sono quanto di più deleterio si possa ottenere dalla comunicazione odierna, soprattutto su un tema delicato come quello del patrimonio culturale.

Tremo al pensiero di ciò che sarebbe successo al "Giudizio universale" di Michelangelo se, al suo tempo, i sistemi "plebiscitari" per decidere se il grandioso affresco dovesse essere conservato o distrutto perchè troppo licenzioso fossero stati facebook, twitter o internet in generale come oggi.

Quasi sicuramente oggi ne avremmo notizia solo dalle fonti. Meditate gente, meditate prima di lanciarvi in "imprese" conservative che in realtà non sono che specchi per le allodole, usati per distogliere l'attenzione dalle reali e gravi problematiche del patrimonio genovese e ligure.

sabato 20 ottobre 2012

Self-Destruction


Penso sempre più spesso che il problema più grosso della nostra società odierna non siano la crisi economica, la mancanza di lavoro, la spersonalizzazione dovuta all'impiego esagerato di tecnologia o l'inquinamento, tutte cose che, in maniera naturalmente relativa, si sono ripetute in maniera più percepibile o più attenuata lungo tutto il corso della storia. Mi capita di ragionare sul fatto che, in definitiva, il mondo ha vissuto delle tragedie inimmaginabili e che ne è uscito, a volte, più forte di prima. Ma là dove la civiltà ha toccato un punto estremamente basso, fateci caso, la situazione era quella di una forte compromissione culturale, dove un'urlo continuo nelle orecchie che propugnava falsi valori, una voce diffusa, non identificata, ti invitava a non pensare più con la tua testa alla cosa pubblica, che tu, povero cittadino inerme, avevi in definitiva altri problemi. Ci avrebbero pensato loro, gli altri, quelli che "sapevano cosa fare", a sistemare le cose. Ed ecco che la volontà di scrollarsi di dosso un fardello ingombrante come "le cose di tutti", che nessuno mai sa bene dove inizino e quando finiscano, se puoi permetterti di dire al tizio davanti a te che per terra le cartacce non ce le deve buttare oppure no ad esempio, si fa strada prepotente nei cuori del popolo oberato dalle cogenti necessità dell'oggi. "Vi prego, occupatevene voi, ho già tanti pensieri!". Quante volte ognuno di noi ha avuto voglia di dire una cosa del genere, in un periodo magari convulso della propria vita, quando davvero si va a dormire con il fiato mozzo e la speranza di non svegliarsi se non in un altro mondo, dove tutte  quelle ansie, quegli impegni, quelle difficoltà che sembrano insormontabili non esistano affatto?
A quel punto, la bomba è innescata. O sai scuoterti, stringere i denti e aggredire alla gola i momenti che seguono fino a che, sfinito e sanguinante, non ti troverai sulla cima del colle e la strada sarà tutta in discesa, oppure un tic dopo l'altro la bomba scoppierà. Nessun sopravvissuto, garantito.
Rimarrà soltanto il senso di sollievo per essersi tolti quel fastidioso, asfissiante peso dal cuore. Sì ma poi....quel peso cos'era? Che cosa è che ho messo nelle mani di quei sedicenti personaggi che via via si avvicendano a dirigere me, la mia città e tutto il resto?
Era la mia storia, i miei beni artistici, la mia cultura, l'istruzione dei miei figli.
C'è il malcelato pregiudizio che di queste cose se ne possano occupare solo gli "esperti". Quelli che si sono spaccati il mazzo a studiare sui libri più scientifici, quelli che hanno preso dodicimila aerei per partecipare a convegni con i tipi più tosti del mondo, quelli che hanno scoperto la Gioconda II- La Vendetta di Leonardo o hanno salvato il Colosseo dalle ruspe guidando la folla con un megafono, quelli che salgono sul tavolo per spiegare la letteratura a fanciulli depressi sorridendo alla Robin Williams. Eppure basterebbe così poco perchè ci si rendesse conto che cultura, arte, istruzione non possono sopravvivere se non sono valori CONDIVISI. Abbiamo "ceduto le armi" affidando completamente a dei presunti "responsabili" (ministri, soprintendenti, università) il nostro bene più prezioso, l'ipoteca su di un futuro ricco e illuminato ed essi si sono clamorosamente presi gioco di noi. Hanno fatto sembrare che a tutti non importasse nulla di questa ricchezza, che loro, poverini, lottassero tutti soli contro i mulini a vento per tenere in piedi l'arretrata scuola italiana (che faceva ancora scrivere le risposte e non usava i test a crocette: che trogloditi!), l'infruttifero e marcescente patrimonio culturale ("eh è colpa del popolo ignorante che non va nei musei a pagare il biglietto se tutto crolla! Guardate in Inghilterra quanti visitatori hanno!" Peccato che là i musei siano gratuiti.) o la quasi dannosa università pubblica (che peró guarda caso sforna le migliori menti d'Europa). Ci hanno convinto che tutto faccia schifo inevitabilmente e che si stia a galla solo grazie ai loro funambolici tentativi di salvare il poco salvabile.
Beh ci stanno prendendo in giro. Queste amministrazioni hanno munto il più possibile una scuola indomita ma ormai scheletrica ed ottuagenaria, senza creare posti per i giovani che l'avrebbero rinnovata, senza eliminare gli sprechi, ma solo tagliando risorse. Non solo: ne hanno soffocato la volontà educativa, stuprandone la programmazione e la ricchezza delle materie. Stessa cosa per l'università, dove clientelismo e spreco regnano ancora sovrani, ma al contempo sono state inseriti demenziali criteri meritocratici che escluderanno per sempre i giovani ricercatori dall'accesso alle docenze, buttando al vento i soldi che noi tutti (lo stato) abbiamo investito nella formazione di laureati e dottorati. E che dire del nostro patrimonio monumentale e museale? Beh per parlare solo di Genova basta pensare che il Museo dell'Accademia Ligustica ha dovuto vendere parte delle sue collezioni (pubbliche, di tutti!) a un privato per sopravvivere, che l'Albergo dei Poveri sta come potete leggere poco sotto, che i monumenti Alessiani (nel 500nario della nascita di Galeazzo Alessi) sono in condizioni che definire pietose è un complimento, con prospettive di peggioramento!

E' ora di riprenderci ció che è nostro, di essere PRESENTI, CRITICI e COSCIENTI di quello che stanno facendo alla nostra cultura, perchè un domani non possano convincere i nostri figli che tutta questa ricchezza, questo sapere e questa LIBERTÀ non siano mai esistiti. Rendiamoci conto che il rischio è questo! Che si perda la consapevolezza dell'importanza di ció che abbiamo "appaltato" a dei cattivi amministratori.
Per questo vi chiedo, a voi che leggerete queste righe, NON mollate. Andate a qualche noiosa conferenza che qualche vecchio trombone indice, vivete sulla vostra pelle questa sensazione che ho provato a descrivere. E poi cambiamo tutto. Diciamo la nostra ed esautoriamo degli individui palesemente inadatti e dannosi a farsi carico di queste responsabilità. Questo peró non si puó fare se prima tutte queste cose non diventano di nuovo VALORE ed INTERESSE condiviso da tutti. Finchè ci si ritrova in cinque agli "eventi" culturali, questi tizi daranno sempre la "colpa" alla nostra ignoranza ed al nostro menefreghismo: dobbiamo dimostrare che non è così o scopriremo con orrore, tra non molto, di esserci irresponsabilmente autodistrutti.