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martedì 16 aprile 2013

Informare o Diffamare? Diciamo la nostra!







Buongiorno a tutti,

vi contattiamo perchè vorremmo condividere con voi il fastidio provato venerdì mattina leggendo un articolo del Secolo XIX (in allegato). Una pagina intera, pure a colori con tanto di finestra anticipatrice in prima pagina, nella quale la direttrice del Museo del Novecento di Milano sparava a zero sull'Università di Genova, con accuse gravi, ma assolutamente vaghe, volte soltanto a togliersi evidentemente qualche sasso dalla scarpa,  che però si portava appresso da almeno 15 anni.
La signora, intervistata da Anna Orlando (storica dell'arte genovese, molto lontana dal mondo accademico ma molto attiva sul mercato), si laureò a suo tempo a Genova ma non riuscì ad intraprendere la carriera accademica, presumo perchè le fu preferito qualcun altro: lungi da noi descrivere Genova quale paradiso della trasparenza ma siamo davvero stufi di questo modo di infangare senza alcuna preoccupazione di colpire anche coloro che studiano e lavorano con onestà e passione. Chi ci conosce un poco sa quanto siamo spesso critici e a volte refrattari all'ambiente universitario, ma se c'è una cosa che ci sentiamo di difendere dell'università di Genova e in particolare del dipartimento di cui facciamo parte  è il bel clima che si respira e gli ottimi rapporti che vi si possono instaurare.
Abbiamo conseguito a Genova sia la triennale che la specialistica, Valentina poi si è anche spostata a Siena per la specializzazione e vi possiamo assicurare che la differenza c'è, eccome! Abbiamo poi conosciuto altre realtà, direttamente e indirettamente: anche prima di iniziare negli scorsi anni il dottorato, i prof. che ci avevano seguito  (Franchini, Stagno, Magnani, Matteuzzi, Rossi) non ci hanno mai negato il loro appoggio e ci hanno sempre esortato a continuare negli studi.
Vi chiediamo pertanto di considerare la situazione e nel caso siate d'accordo di sottoscrivere la lettera che abbiamo pensato di inviare come risposta al Secolo. Crediamo sia importante far sentire la nostra voce, portare il nostro esempio e non subire passivamente l'ennesimo episodio di cattiva informazione di un giornale che purtroppo è il più importante nella nostra regione!

Vi chiederemmo pertanto, nel caso foste d'accordo con quanto abbiamo scritto nella lettera di risposta in allegato, di inviare una mail a Giacomo (indirizzo poco sotto) con nome, cognome e corso di studi, autorizzandoci a scrivere il vostro nome nel file che VERRA' SPEDITO AL GIORNALE (e quindi forse pubblicato). Sappiamo di chiedervi molto, ma nel caso condivideste questa presa di posizione sarebbe importante partecipare compatti. Sentitevi liberi di far girare questa email a vostri colleghi che non rientrino nel nostro indirizzario, ci farebbe piacere che la cosa avesse maggiore partecipazione possibile. Tuttavia, perchè sia efficace, la risposta deve essere anche rapida. Il tempo massimo entro cui aderire pertanto è MARTEDI' 16 ALLE ORE 23.55, dopo di che invieremo la lettera con le adesioni avute sino ad allora.
Se volete chiederci qualcosa, discutere, dissentire... siamo a vostra disposizione.

Grazie a tutti,

Valentina Frascarolo e Giacomo Montanari

Giacomo: gcm.montanari@gmail.com


Lettera di risposta:

Criticare per costruire

Un quattrin di carta, una penna e un danaro d'inchiostro fanno apparir d'un uomo un mostro.

Che all’interno dei corridoi dell’Università italiana non tutte le pratiche siano trasparenti, non tutti i docenti siano entusiasti e non tutti gli studenti siano ineccepibili pensiamo rappresenti non solo un’ovvietà, ma anche una condizione per lo meno naturale all’interno di una istituzione composta da centinaia di individui. Che l’Università di Genova non faccia eccezione crediamo che sia altrettanto indubitabile e  il fatto che sia necessario e doveroso per chiunque provare ogni giorno a fare “meglio” sotto tutti i punti di vista, anche con la critica netta e decisa, riteniamo pertanto essere un importante presupposto che sta a garanzia della qualità dell’offerta formativa di un istituto culturale dedito all’educazione, all’istruzione e alla ricerca scientifica. Tuttavia, leggere le parole di Marina Pugliese, riportate da Anna Orlando, non fa solo male al cuore per il loro malcelato livore e la manifesta voglia di demolire senza alcuna intenzione “educativa” un intero ambiente, ma ferisce un già precario sistema affondandogli la faccia nel fango con generiche ed infamanti accuse di cui non viene riportata alcuna circostanza e alcuna prova. É questo il modo di “purificare” un mondo dove ci si rammarica (dopo circa 20 anni e aver raggiunto vette professionali per molti giovani, oggi studenti, inarrivabili) di non aver ricevuto stimoli, aiuti, incentivi e supporto? É la terra bruciata il sistema corretto, la panacea universalis che ci serve per “cambiare il sistema”? Gettare discredito non per trarne vantaggio, ma come mero sfogo di una frustrazione irragionevole e incomprensibile (visti i successi della Pugliese di cui la Orlando mette BENE in luce ogni dettaglio) non è solo un atto meschino, ma è anche un danno per chi, come noi e come tanti altri, sta affrontando questo percorso di studi. É un modo per far valere ancora meno agli occhi di tutti una professionalità che molti hanno sudato e stanno sudando non meno delle due dottoresse che si dilettano dalle colonne di questo giornale.
Nel merito poi del “j’accuse” riportato, ci sentiamo in dovere di dissentire fortemente da molto di ciò che è stato detto: se nessuno mette in dubbio che la dottoressa Marina Pugliese possa aver subito i non ben definiti torti a cui accenna, è fuori di dubbio che una generalizzazione onnicomprensiva nell’elevare giudizi di valore così pesanti e malevoli è quantomeno azzardata. Dall’esperienza di molti di noi nell’aver frequentato diversi atenei italiani, non abbiamo paura di affermare che, per quanto non esente da molteplici e ben visibili difetti, all’interno del Dipartimento di Italianistica, Romanistica, Antichistica, Arti e Spettacolo dell’Università degli Studi di Genova (ebbene sì, pur non dicendolo l’allusione è quantomeno esplicita) è possibile un dialogo franco e sincero con i docenti e con i colleghi, da parte di studenti, dottorandi e assegnisti. Per quanto l’opinione dei docenti abbia un peso, giustamente, maggiore il parere di tutti viene preso in considerazione e nessuno subisce derisioni, ghettizzazioni o viene deliberatamente ignorato per snobismo. Pur nella non totale condivisione delle attività proposte e promosse dal Dipartimento, a nessuno è mai stata preclusa la possibilità di parteciparvi né ad alcuna persona è stato negato il diritto di replica o al contraddittorio, al contempo ricevendo, anche a detta dei più critici e polemici tra noi, aiuto e stimolo nel proseguire nelle proprie ricerche e nell’affinare la propria preparazione.
Non possiamo e non vogliamo dimenticare che molti docenti hanno dato tempo, competenze e passione per condurci attraverso questi anni di studi e che, seppur senz’altro qualcuno di meno “disponibile” si possa senz’altro trovare, è grazie a queste persone che oggi molti di noi affrontano il difficile mondo dello studio della storia dell’arte a livello professionale con passione, competenza e dedizione. Non da ultimo, ci rammarichiamo della posizione enfatica concessa ad un articolo che non esitiamo a definire scandalistico all’interno di quello che consideriamo il principale Giornale locale, anche in fatto di cultura. Ci piacerebbe infatti che la stessa importanza in termini di spazi fosse concessa anche alle attività che il Dipartimento, i suoi studenti e i suoi docenti propongono lungo tutto il corso dell’anno a riguardo del territorio cittadino e regionale e di cui, troppo spesso, compaiono solo brevi trafiletti decisamente poco accattivanti: pur nelle cogenti difficoltà che tutti possono vedere, nel mondo della cultura c’è tanto di BUONO, vi chiediamo, come organo di informazione fondamentale per questa Città, di fare anche la vostra parte per non alimentare polemiche sterili e per favorire invece l’arricchimento del confronto e il recupero del valore dei nostri tesori culturali.
 



martedì 26 marzo 2013

Se niente importa

Il Museo è un'istituzione permanente senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che effettua ricerche sulle testimonianze materiali e immateriali dell'uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, le comunica e specificamente le espone per scopi di studio, educazione e diletto.
Statuto ICOM (1989)


Vorrei condividere una questione che mi sta molto a cuore: la situazione in cui versa l'Accademia Ligustica di Belle Arti, soprattutto per quanto riguarda l'istituzione museale.
Non so quanti di voi conoscano questo luogo straordinario, ospitato in uno splendido palazzo edificato da Carlo Barabino in Largo Pertini, ma spero di non essere banale delineandone le coordinate fondamentali. Istituita nel 1751 ad opera di un circolo di aristocratici che ritenevano necessario creare un centro per lo sviluppo di una scuola artistica ligure, l'Accademia si arrichì immediatamente di un patrimonio di opere donate dai suoi illustri fondatori e da moltissimi benefattori che ne scorgevano lo straordinario potenziale educativo e l'eccezionalità artistica. Eretta quindi per volere di privati, l'Accademia divenne poi nel 1939 Ente Morale patrocinato dallo Stato e dal Comune, condividendo perciò con tutti i genovesi e poi con tutti gli italiani il proprio tesoro artistico e formativo. Ancora oggi dalle sue aule escono giovani formati nelle arti decorative che contribuiscono a mantenere vivo il sempre più complesso ruolo dell'artista nella società.

Brevissime pillole, che certo non esauriscono l'argomento a riguardo di questa istituzione così importante per il territorio e da cui passarono grandi personalità come Girolamo Grimaldi, Nicolò Traverso, Giovanni David, Santo Varni, Giulio Monteverde e moltissimi altri. Quello che oggi accade in relazione all'Accdemia Ligustica è però sinistro e preoccupante: una improvvida gestione che ha mantenuto il museo chiuso sabato, domenica e lunedì e ha limitato le aperture dalle ore 14 alle ore 18.30 durante i restanti giorni feriali, ha fatto sì che il Museo scivolasse tra  le strutture meno visitate in tutta la Liguria, pur godendo di una posizione straordinariamente centrale. Da una fondamentale non conoscenza alla totale dimenticanza il passo è breve e ad oggi quasi il 75% dei genovesi, se interpellati riguardo l'Accademia, risponde mostrando di non sapere assolutamente di cosa si sta parlando. Risultato finale: Museo misconosciuto e buco nelle casse di oltre 2 milioni di euro.

Ed ecco che si arriva al nocciolo della questione: per "salvare" il Museo e la Scuola, mantenendo però lo status quo e apparentemente non intendendo sanzionare amministratori così "poco attenti" e rinnovare l'offerta di questo magnifico luogo valorizzandolo a dovere, si è deciso (molto ma molto dietro le quinte) di vendere parte delle collezioni ad un privato, nella fattispecie la Banca Carige. Per parlare di questa questione, mi permetto di riportare l'articolo di Anna Orlando, apparso sul Giornale dell'Arte, che tratta oserei dire magnificamente la questione. Fatevi una vostra opinione e poi, se volete, commentate. A mio parere non è ancora giunto il momento di gettare la spugna davanti a un atto che non esito a definire un vero e proprio sopruso, perpetrato da chi, come gli amministratori di Beni come questi, avrebbe invece il compito di tutelarli.


Opere in vendita per salvare la Ligustica.
“Segnale sinistro”, dice Settis, “rischia di allontanare collezionisti e donatori”.
Genova. Pubblichiamo in anteprima l’elenco completo dei dipinti che l’Accademia Ligustica di Belle Arti sta vendendo alla Fondazione Carige. Opere di Domenico Fiasella, Bernardo Castello, Giovanni Andrea de Ferrari, Giovanni Battista Carlone, Vincent Malò, Cornelis de Wael, Carlo Antonio Tavella: una bella antologia di pittura genovese e fiamminga del Seicento, la sua epoca aurea. La vendita è ora possibile perché il Consiglio d’amministrazione dell’Accademia ha cambiato lo statuto che prevedeva l’inalienabilità dei propri beni. Lo scopo è il salvataggio dell’istituzione, ammesso che la boccata di ossigeno finanziaria possa essere qualcosa di più di un temporaneo tamponamento delle perdite che mettono a rischio gli stipendi dei dipendenti e la vita stessa dell’Accademia e del suo museo. Si tratta dell’alienazione definitiva di 28 dipinti, per un valore complessivo di circa 2 milioni di euro. I prezzi sono stati stabiliti dal confronto tra una perizia commissionata dall’Accademia e una controperizia della Fondazione e possono essere ritenuti equi: non si tratta di un affare né di un “bidone”. Non è questo il punto. Lo Stato potrebbe porre il veto o esercitare il diritto di prelazione, ma non farà né l’una né l’altra cosa. “Stiamo ultimando le ultime procedure formali che consistono nell’informare chi avrebbe diritto, a norma di legge, di esercitare la prelazione”, spiega Franco Boggero della Soprintendenza per i Beni storici, artistici ed etnoantropologici della Liguria, che con il direttore regionale Maurizio Galletti ha seguito ogni fase della lunga trattativa, sotto un velo di silenzio a cui qualcuno ha tentato in vano di ribellarsi. Secondo Boggero non è un fatto particolarmente grave, poiché “le opere si spostano di pochi passi, dalle sale dell’Accademia, o dai suoi depositi, ai nuovi spazi della Fondazione da poco aperti al pubblico ogni primo giovedì del mese in Palazzo Doria dove sono già ospitati, in comodato, alcuni quadri dell’Albergo dei Poveri”. Ma in questo caso non si tratta di un comodato (una delle ipotesi suggerite da molti), ma di una vendita definitiva e vi è quindi chi ne sottolinea tutta la gravità. In primis Salvatore Settis, che, informato della notizia, dichiara: “Una collezione storica è molto più della somma dei quadri che la compongono: e questo lo sappiamo ormai da secoli. Salvaguardare i singoli quadri non basta, è necessario preservare l’integrità delle collezioni”. E nello specifico aggiunge: “La vendita dei quadri dell’Accademia Ligustica va in senso diametralmente opposto. E’ un segnale sinistro, anche perché viene da una città civilissima e con musei pubblici giustamente famosi”. Quale il ruolo dei mecenati in proposito? “Dalle fondazioni bancarie, il cui patrimonio si è costituito coi risparmi dei cittadini”, risponde Settis, “ci aspetteremmo liberalità in favore delle istituzioni culturali e non che contribuiscano alla morte delle collezioni. Se questo esempio verrà seguito, l’intero sistema italiano dei beni culturali precipiterà nell’abisso.” Perentoria, la sua opinione si aggiunge a quella degli studiosi locali. Piero Boccardo, direttore dei Musei di Strada Nuova, personalmente e da storico dell’arte si discosta dalla linea adottata dallo stesso Comune, che è uno degli Enti locali che siede al tavolo del Cda dell’Accademia insieme a Provincia e Regione, Boccardo aveva studiato già nel 2010 un’ipotesi di razionalizzazione espositiva di quadri e sculture, da integrare alle collezioni civiche. Ma è stato pressochè inascoltato. E’ riuscito solo a far togliere alcuni quadri dall’elenco delle opere in vendita, dimostrandone l’inalienabilità. Altre però, sono rimaste nella lista, pur essendo poco rispettoso venderle nei confronti di chi le aveva donate. “Per esempio il “Paesaggio” di Giuseppe Bacigalupo, regalato dalla figlia Rosa, anche lei pittrice, perché l’Accademia non aveva opere del padre, che era stato tra gli insegnanti più illustri dell’istituzione”, spiega Boccardo. Un caso analogo è quello dei due “Ritratti” di Joseph Dorffmeister donati dall’autore nel 1803 quando viene nominato accademico. Un atto di irriverenza nei confronti dei donatori, che secondo Boccardo, è privo di stile, come lo è la vendita della “Maddalena” attribuita a Stefano Magnasco, acquistata coi fondi del Comune nel 1830 proprio per incrementare le collezioni dell’Accademia. A queste osservazioni il direttore dei Musei di Strada Nuova esprime disappunto e delusione per come è stata condotta questa operazione, che riteneva gravissima: “Si intacca così l’integrità di tutti i nuclei storici di una raccolta che è nata per la città. Inoltre, se negli Stati Uniti può aver senso che un museo venda, così come ha acquistato, per l’Italia è diverso. Quello museale è un patrimonio che è di tutti, indipendentemente dalla natura giuridica dell’Istituzione.” Ben conscio dei problemi finanziari dell’Accademia, Boccardo afferma: “Se il Museo rappresenta un costo, si può anche ipotizzare una temporanea chiusura, piuttosto che vendere”. Inascoltati sono stati anche un gruppo di provati cittadini, costituitosi in un comitato nel novembre del 2011 capeggiato da Eugenio Pallestrini, presidente del Teatro Stabile di Genova. Tra i firmatari sono diversi collezionisti (Egidio Gaslini Alberti, Roberto Clavarino, Paolo Magiante, Giorgio Teglio), intellettuali (Valdemaro Flick, Giuseppe Marcenaro, Gianni Martini, Marco Sciaccaluga, Magù Viardo) e professori universitari (Alberto Beniscelli, Ezia Gavazza, Lauro Magnani, Marco Salotti). Tra loro anche Maria Clelia Galassi, docente di Metodologia della storia dell’arte dell’Università di Genova, che dichiara risentita: “La nostra nonè n’alzata di scudi contro l’Accademia, né contro la Fondazione Carige, ma la denuncia della gravità di una vendita di beni che sono pervenuti all’Accademia perché ha ricoperto storicamente, una funzione pubblica quando, nell’Ottocento, non vi era un museo civico. E’ gravissimo”, ribadisce la Galassi, “che si vendano opere che giungono dal territorio o da enti pubblici come il Magistrato di Misericordia, o donate da privati che sapevano che nello statuto dell’Accademia era prevista l’inalienabilità”. Il precedente desta inquietudini nell’ambiente intellettuale genovese e dovrebbe scuotere anche la cittadinanza. Collezionisti, appassionati d’arte, artisti, grandi e piccoli mecenati è probabile che ci penseranno due volte a donare qualcosa ad un museo. La Galassi centra il problema quando afferma provocatoriamente: “Con questo si apre una strada pericolosa. Se continuiamo a non scandalizzarci, domani l’Accademia potrebbe vendersi il suo capolavoro di Perin del Vaga! Perché no?”.
Anna Orlando

Che cosa ha venduto?
Domenico Fiasella, Ester e Assuero, 250 mila euro; Giovanni Battista Merano, Mosè bambino e la corona del Faraone, 200 mila euro; Luca Saltarello, San Pietro risana un paralitico, 180 mila euro; Giovanni Battista Carlone, Giuseppe riconosciuto dai fratelli, 150 mila euro; Giovanni Andrea de Ferrari, Abigail porta i doni a Davide, 140 mila euro; Bartolomeo Biscaino, Bacco ebbro, 130 mila euro; Carlo Antonio Tavella, Paesaggio con la Maddalena, 110 mila euro; Carlo Antonio Tavella, Paesaggio con frate cappuccino, 110 mila euro; Vincent Malò, Sacra famiglia con i santi Elisabetta e Giovannino, 90 mila euro; Stefano Magnasco (attr.), Maddalena, 90 mila euro; Giuseppe Antonio Petrini, Filosofo, 90 mila euro; Giuseppe Bacigalupo, Paesaggio con pescatori, 70 mila euro; Domenico Fiasella, Busto di giovane donna, 55mila euro; Giovanni Agostino Ratti (?), Santa Caterina Fieschi, 55 mila euro; Giovanni Battista Merano, Sant’Agostino Vescovo, 50 mila euro; Giovanni Agostino Cassana, Nido di piccioni, 50 mila euro; Domenico Piola (attr.), Riposo durante la fuga in Egitto, 40 mila euro; Joseph Dorffmeister, Coppia di Ritratti, 40 mila euro; Bernardo Castello, La vendita della primogenitura, 35 mila euro; Bernardo Strozzi (attr.), Figura femminile, 35 mila euro; Anonimo, Cena in Emmaus, 25 mila euro; Anonimo, Copia da Veronese, 25 mila euro; Cornelis de Wael, Paesaggio con Mosè, 20 mila euro; Anonimo, Paesaggio con architetture, 15 mila euro; Cesare Corte, Maddalena, 15 mila euro; Anonimo, Catone, 5 mila euro; Anonimo, San Pietro, 3 mila euro.

lunedì 10 dicembre 2012

La Cultura del "precotto"

Ricordo bene, come se fosse oggi, che quando avevo circa dieci anni a scuola si scatenò un putiferio. Ai genitori era giunta difatti voce che alla mensa scolastica (alle elementari facevo due pasti a scuola, il martedì e il giovedì) d'ora in avanti sarebbero stati serviti cibi precotti. Per non meglio specificate "necessità contrattuali" (quindi tradotto "spendere meno palanche") non era più possibile affidarsi all'attuale ditta che pagava le nostre amate cuoche e tutti i materiali necessari per cucinare un pasto per 200 studenti. Meglio il precotto, no? Basta cuochi, basta cucine, non sporca, se avanza si usa la prossima volta: abbatte i costi e abbatte gli sprechi.
Beh io precotti non ne ho mai mangiati, per lo meno a scuola in quegli ultimi due anni di elementari. I genitori, giustamente indignati per queste considerazioni che facevano pagare alla qualità del cibo dei loro figli alcune "limate" al bilancio dell'istituto, fecero l'impossibile ed imposero quasi al Direttore e al Consiglio scolastico di ritornare sui propri passi. Questo però ormai diciotto anni fa.
Ad oggi il precotto è all'ordine del giorno: mense scolastiche, mense aziendale, bar, fast food, pseudo ristoranti a prezzi popolari, addirittura cene plug and play per inchiappati dei fornelli o raffinati frettolosi. Osannato dalla pubblicità, decantato dai palati più fini, l'essere "cotto a priori" non ne denota più la caratteristica di "scarsa genuinità" che tanto aveva allarmato i nostri zelanti genitori, in anni certamente meno abituati al "fast food" di quelli in cui attualmente viviamo. Come il cibo abbiamo tra l'altro cominciato a precuocere tutto: le vacanze sono precotte, acquistabili in pacchetti prestabiliti che non implicano neppure la fatica di capire dove vuoi andare, basta puntare il dito a caso sull'offerta migliore, pagare, fare la valigia e aspettare che il "tour" finisca. La comunicazione è ulteriormente precotta: all inclusive, relax, io-te-noi-voi tutti Gratis. Neppure devo guardare l'offerta migliore: non devo neanche PENSARE, solo telefonare, telefonare, telefonare, navigare, chattare, scaricare. LORO pensano a tutto, anche a scegliere il telefono che funziona meglio per TE, ti consigliano la TUA tariffa ideale e via. ALL inclusive. Comunicazione precotta e servita, ancora calda. Divertirsi è precotto: cinema, sport, teatro. Per una modica cifra puoi avere TUTTO, senza rinunciare a NULLA. W il precotto! W il tutto! 

Abbiamo precotto la scuola: meno materie, insegnanti riciclati e molto spesso sfruttati senza certezze, nessuna stabilità di programmi e di qualità educativa. Una "mensa" educativa sempre più affollata e meno alta qualitativamente, dove la maggior parte degli avventori si accontenta di essersi in parte riempito lo stomaco, senza neppure sapere di cosa. Abbiamo precotto le Università, simbolo di eccellenza e di alta formazione: piani di studio take away, utili a riempire le tessere a punti dei crediti per vincere la pirofila (laurea) finale. Ma che cosa importa? Abbiamo diffuso la cultura no? Abbiamo dato da mangiare a più persone, a meno prezzo e con il risultato di riempire la pancia a tutti. Sì, è vero, ma con cosa?

Il precotto non è un cibo scadente, ma non è un cibo fresco. E' conservato, scaldato e servito, orfano di qualcuno che lo confezioni con cura sul momento, figlio di una catena di montaggio anonima e priva di personalità. Abbiamo trasposto con grande nonchalance questo processo, che fino a poco tempo fa faceva inorridire i nostri parenti, dal cibo alla nostra cultura. Così per esempio le mostre che dovrebbero essere fonte di arricchimento e conoscenza, per le opere esposte e per i cittadini che hanno occasione di fruirne, sono diventate degli show di masterpieces, privi di nome e di valore proprio perchè straordinariamente noti a tutti. La mostra viene visitata perchè tutti sanno cosa vedranno, ci vanno per quella o quell'altra "grande opera", la conoscono, sanno chi l'ha fatta, appare su tutti i cartelloni pubblicitari. E' un'esposizione del noto, del conosciuto. Del precotto. Il ragionamento che ci sta dietro sembra esattamente quello che fece, ai tempi suoi, il Direttore della mia scuola elementare: perchè mantenere qualche storico dell'arte a fare ricerche sulle opere da esporre o sul periodo da trattare? Perchè consultare un architetto o un designer per rendere accattivante, ideale, confortevole l'esposizione? Perchè lavorare su una pubblicità efficace e bella? Chiamiamo un personaggio che abbia tanti contatti, mi porta un Caravaggio, un Van Gogh, un Monet e la gente verrà a frotte! Poca spesa, tanta resa. Peccato però che parlare di cultura non abbia granchè a che fare con le modalità di cucinare un piatto di maccheroni per una scolaresca, per quanto importante questo possa essere.

Non voglio trarre una conclusione, perchè sarebbe solo amara e di amarezza non abbiamo proprio bisogno.
Negli anni dei tagli, della dimenticanza del bene, del vero e del bello vorrei solo che ci riconoscessimo troppo legati ad un mondo che corre troppo in fretta e troppo lontano, estraniandoci dalla consapevolezza della nostra ricchezza culturale e spirituale, dalle nostre radici e da ciò che può renderci felici e orgogliosi.
Un mondo che punta a precuocerci la vita, dicendo come, cosa e perchè dobbiamo credere, pensare e fare.

Vorrei che fossimo come quei genitori (tra cui i miei, che non ringrazierò mai abbastanza) che non si piegarono a far mangiare ai loro figli dei cibi precotti: uniti, consapevoli e pronti a lottare per ciò che riteniamo importante per noi e per le future generazioni.

mercoledì 10 ottobre 2012

"Ricordati di me...."


"Ricordati di me". Sembrano le parole sottese dal marmoreo gesto orante di questo angioletto, un gesto sconciato dal tempo e dall'uomo, che lo ha privato di parte delle sue morbide dita di stucco.


 "Ricordati di me". Sono le parole sussurrate da sotto uno spesso velo di polvere dalle voci inanimate di tutta l'aula della chiesa.



"Ricordati di me". Mormora Maria Immacolata, il cui sguardo ormai non contempla più gli altissimi cieli, ma solo uno spesso tavolato di legno che la ingabbia, sottraendola alla vista e negandole un'ascensione che brama da trecentocinquant'anni.


"Ricordati di me". Parole di marmo, scandite a labbra strette e con gli occhi immoti dai 'benefattori' di un passato che in queste sale sembra ancora più lontano.


Mormorii, nient'altro che mormorii quasi inudibili, fuori dalle mura spesse del grande edificio seicentesco. Gabbia dorata degli ultimi, fu fatto per non vederli, per "toglierli dalle strade", per non doverne subire la degradante presenza, in una città dove (nel XVII secolo) la popolazione si divideva sostanzialmente in pochissimi ricchi e molti poverissimi. Luogo fatto per dimenticare la "parte peggiore" della società, forse in una ingenua ottica filantropica dal ricco Emanuele Brignole, oggi subisce con gli interessi e una crudeltà quasi scientifica la stessa sorte che destinò per secoli agli ospiti accolti e trattenuti dentro le sue mura.


Ciononostante, quale che sia la condanna 'morale' che si voglia elevare al complesso dell'Albergo dei Poveri, eretto in Genova nell'anno 1666, resta una realtà dal valore artistico straordinario per la città. Un valore che però oggi soltanto in pochissimi conoscono o hanno avuto la fortuna di poter vedere di persona. In particolare le emergenze artistiche più straordinarie sono in sostanza tre:

1)La quadreria, pensata dal Brignole e i suoi successori come 'arredo' delle nude pareti delle stanze degli ospiti dell'albergo, quasi una bibbia pauperum, con intento moraleggiante. A questa si unirono però in anni successivi dei capolavori provenienti da tutte quelle chiese, monasteri, complessi religiosi soppressi o distrutti a partire dalla fine del XVIII secolo. 

2)La Chiesa di Santa Maria Immacolata, vero diamante incastonato nel cuore dell'Albergo anche architettonicamente parlando. Costruita ad immagine e somiglianza della Basilica Sauli di Galeazzo Alessi, nel suo originario progetto a quattro campanili, la chiesa è all'interno completamente bianca, priva di affreschi, ma adorna di pale d'altare dei massimi artisti del genovesato e sculture di una fattura impareggiabile. Basti pensare alla Maria Immacolata scolpita da Pierre Puget, forse il più grande scultore che mai operò a Genova.

3)Statue e busti dei cosiddetti benefattori, ovvero quelle personalità che donarono averi, imprese o lasciti per l'opera del Brignole, dalla sua costruzione in poi. Le statue monumentali (in stucco o marmo) sono decine, disseminate tra lo scalone principale, il salone e l'aula antistante la chiesa.

Recentemente per la quadreria la Soprintendenza in collaborazione con Fondazione Carige, la Diocesi di Genova e la fondazione E. Brignole ha studiato un piano di ricollocazione dei dipinti di maggiore interesse in alcune chiese della Diocesi che hanno dato disponibilità ad accoglierli o, dove necessario, a restaurarli a loro spese oppure sono stati affidati alla Fondazione Carige che li ha utilizzati per l'arredo del Palazzo Doria (sua nuova sede) effettuando restauri e garantendo l'accesso al pubblico una giornata ogni mese (ogni primo giovedì del mese, dalle 14 alle 17). Sicuramente è un passo in avanti rispetto alla collocazione precedenti delle tele, alcune delle quali (tra cui quattro opere di Valerio Castello) occupano ancora il vecchio "ricovero", di cui mostro una immagine. Sottolineo che su tutto stagnano due dita di polvere e che NESSUN dipinto è coperto neppure con un telo a scopo cautelativo. Stupiamoci poi che servano restauri costosi.

Se con alcune perplessità la soluzione adottata per la quadreria può in qualche modo soddisfare almeno per l'interesse che (finalmente) si è tributato a queste opere, ciò che non esito a definire INTOLLERABILE  e VERGOGNOSO è l'atteggiamento che è stato adottato nei confronti della Chiesa.
Quando, circa nel 2000, l'intero complesso passò in comodato d'uso cinquantennale all'Università di Genova, sotto l'occhio (si presumeva) vigile della Soprintendenza, la Chiesa era un gioiello. Certo, magagne, come in qualunque luogo con 300 anni di storia sul groppone, sicuramente se ne potevano trovare, ma il complesso era curato, pulito e manutenuto, svolgendo anche funzione di Parrocchia per le zone limitrofe. Ricordo di esserci stato a qualche funzione da bambino. Una chiesa bianchissima, come la Basilica di Carignano effettivamente, con la cupola che rifletteva la luce del mattino sul volto della Madonna del Puget, scolpita in un marmo così raffinato dalla mano dell'artefice che quasi pareva trasverberare. Emozioni di bambino, certo. Ma emozioni che di lì a poco nessuno, nè genovese nè foresto, avrebbe mai più potuto provare e chissà se mai potrà qualcuno provarle ancora. Chiusa la Chiesa, trasferita la parrocchialità, accorpandola al Carmine, l'Università cominciò a spianare la strada al più disdicevole degrado immaginabile, con la connivenza (tacita) della Soprintendenza. 
Vi verranno a dire che non c'erano e non ci sono soldi, che per i restauri ci vuole questo quello e codesto. Tutto un mucchio di oscene SCUSE. E neppure tanto ragionate. Quando questi enti, che dovrebbero promuovere il bello e i beni storico-artistici e culturali, vennero in possesso (seppur transitorio) di questo luogo esso era DECOROSO e GODIBILE da tutti i cittadini. In 10 anni (non 300) la Chiesa è in una condizione di magazzino ingombro, sporca, invisibile e soprattutto ha subito enormi danni materiali. Per mancanza di soldi vi diranno che non hanno neppure potuto chiudere le finestre (???) per evitare che l'acqua piovana dilavasse le pareti, gli stucchi e le tele di artisti del calibro di Domenico Piola. Per il costo eccessivo degli operai specializzati vi proporranno il sacrificio necessario delle dita delle mani degli angeli scolpiti da Francesco Maria Schiaffino per erigere la "cupola" protettiva in tubi da ponteggio dell'altar maggiore. Per mancanza di manodopera vi imploreranno di capire che coprire le opere con teli protettivi non era proprio possibile. Per mancanza di personale vi sottoporranno la fantasiosa teoria di dover aspettare 10 anni per poter portare all'attenzione della città il fatto che uno dei suoi più preziosi monumenti stava sprofondando nel degrado.


Voi non credetegli. INCAZZATEVI. Perchè queste persone ci deridono, ci ingannano e cercano di trasformarci in pecoroni della cultura. La cultura e l'arte sono cose radicate sul territorio, non si può amare Van Gogh o Mirò o Caravaggio se si lascia deperire il bene prezioso davanti alla fermata dell'autobus dove passiamo tutti i giorni. Sarebbe, anzi E', una clamorosa ipocrisia, nella quale stiamo sempre più scivolando. Questi enti sono doppiamente colpevoli. Perchè per paura di essere giudicati "male", non hanno mai permesso visite alla Chiesa e all'Albergo, adducendo patetiche scuse sul discorso delle norme di sicurezza, RUBANDO così effettivamente una ricchezza ai genovesi e agli italiani in generale. Una piccola nota. L'Immacolata di Pierre Puget è una delle quattro opere d'arte genovesi presenti in TUTTI i manuali di Storia dell'Arte, sfortunatamente da 10 anni nessuno la può più vedere, neppure i docenti della Facoltà di Genova.

COMPLIMENTI

Chiudo così, con l'amaro in bocca, preoccupato che questi oggetti, testimoni eloquenti della nostra civiltà e della nostra città (più in piccolo), non rappresentino più un valore per nessuno, neppure per chi dovrebbe tutelarne la sopravvivenza e la godibilità per i propri concittadini. Non solo questo purtroppo, ma anche l'aggravante di aver causato un "degrado colposo" di un bene che aveva bisogno di piccoli interventi per essere manutenuto e preservato, pesa sulle spalle dei responsabili attuali di questi beni. Il dramma è che chissà quando saranno disponibili le centinaia di migliaia di euro necessari (ora, non prima) per ricondizionare questo ambiente e i suoi arredi. Per non spendere poco prima, per pigrizia, per incuria o incompetenza ora tutta la comunità dovrà o accettare di perdere una sua incommensurabile ricchezza o di spendere una cifra iperbolica in un tempo difficile proprio sotto il profilo economico.

VOLETE CONTINUARE A FARVI PRENDERE IN GIRO IN QUESTO MODO? CON QUALE DIRITTO CHI HA COSI' POCO RISPETTO DEI CITTADINI E DEI BENI PUBBLICI RICOPRE ANCORA INCARICHI DI QUESTA RESPONSABILITA'? IO NON RIESCO A DARMI UNA RISPOSTA SODDISFACENTE, PURTROPPO.

Ecco, per chiudere con un sorriso (amaro purtroppo) come era la scultura di Puget e sotto una foto della Chiesa ante anni 2000.