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martedì 26 marzo 2013

Se niente importa

Il Museo è un'istituzione permanente senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che effettua ricerche sulle testimonianze materiali e immateriali dell'uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, le comunica e specificamente le espone per scopi di studio, educazione e diletto.
Statuto ICOM (1989)


Vorrei condividere una questione che mi sta molto a cuore: la situazione in cui versa l'Accademia Ligustica di Belle Arti, soprattutto per quanto riguarda l'istituzione museale.
Non so quanti di voi conoscano questo luogo straordinario, ospitato in uno splendido palazzo edificato da Carlo Barabino in Largo Pertini, ma spero di non essere banale delineandone le coordinate fondamentali. Istituita nel 1751 ad opera di un circolo di aristocratici che ritenevano necessario creare un centro per lo sviluppo di una scuola artistica ligure, l'Accademia si arrichì immediatamente di un patrimonio di opere donate dai suoi illustri fondatori e da moltissimi benefattori che ne scorgevano lo straordinario potenziale educativo e l'eccezionalità artistica. Eretta quindi per volere di privati, l'Accademia divenne poi nel 1939 Ente Morale patrocinato dallo Stato e dal Comune, condividendo perciò con tutti i genovesi e poi con tutti gli italiani il proprio tesoro artistico e formativo. Ancora oggi dalle sue aule escono giovani formati nelle arti decorative che contribuiscono a mantenere vivo il sempre più complesso ruolo dell'artista nella società.

Brevissime pillole, che certo non esauriscono l'argomento a riguardo di questa istituzione così importante per il territorio e da cui passarono grandi personalità come Girolamo Grimaldi, Nicolò Traverso, Giovanni David, Santo Varni, Giulio Monteverde e moltissimi altri. Quello che oggi accade in relazione all'Accdemia Ligustica è però sinistro e preoccupante: una improvvida gestione che ha mantenuto il museo chiuso sabato, domenica e lunedì e ha limitato le aperture dalle ore 14 alle ore 18.30 durante i restanti giorni feriali, ha fatto sì che il Museo scivolasse tra  le strutture meno visitate in tutta la Liguria, pur godendo di una posizione straordinariamente centrale. Da una fondamentale non conoscenza alla totale dimenticanza il passo è breve e ad oggi quasi il 75% dei genovesi, se interpellati riguardo l'Accademia, risponde mostrando di non sapere assolutamente di cosa si sta parlando. Risultato finale: Museo misconosciuto e buco nelle casse di oltre 2 milioni di euro.

Ed ecco che si arriva al nocciolo della questione: per "salvare" il Museo e la Scuola, mantenendo però lo status quo e apparentemente non intendendo sanzionare amministratori così "poco attenti" e rinnovare l'offerta di questo magnifico luogo valorizzandolo a dovere, si è deciso (molto ma molto dietro le quinte) di vendere parte delle collezioni ad un privato, nella fattispecie la Banca Carige. Per parlare di questa questione, mi permetto di riportare l'articolo di Anna Orlando, apparso sul Giornale dell'Arte, che tratta oserei dire magnificamente la questione. Fatevi una vostra opinione e poi, se volete, commentate. A mio parere non è ancora giunto il momento di gettare la spugna davanti a un atto che non esito a definire un vero e proprio sopruso, perpetrato da chi, come gli amministratori di Beni come questi, avrebbe invece il compito di tutelarli.


Opere in vendita per salvare la Ligustica.
“Segnale sinistro”, dice Settis, “rischia di allontanare collezionisti e donatori”.
Genova. Pubblichiamo in anteprima l’elenco completo dei dipinti che l’Accademia Ligustica di Belle Arti sta vendendo alla Fondazione Carige. Opere di Domenico Fiasella, Bernardo Castello, Giovanni Andrea de Ferrari, Giovanni Battista Carlone, Vincent Malò, Cornelis de Wael, Carlo Antonio Tavella: una bella antologia di pittura genovese e fiamminga del Seicento, la sua epoca aurea. La vendita è ora possibile perché il Consiglio d’amministrazione dell’Accademia ha cambiato lo statuto che prevedeva l’inalienabilità dei propri beni. Lo scopo è il salvataggio dell’istituzione, ammesso che la boccata di ossigeno finanziaria possa essere qualcosa di più di un temporaneo tamponamento delle perdite che mettono a rischio gli stipendi dei dipendenti e la vita stessa dell’Accademia e del suo museo. Si tratta dell’alienazione definitiva di 28 dipinti, per un valore complessivo di circa 2 milioni di euro. I prezzi sono stati stabiliti dal confronto tra una perizia commissionata dall’Accademia e una controperizia della Fondazione e possono essere ritenuti equi: non si tratta di un affare né di un “bidone”. Non è questo il punto. Lo Stato potrebbe porre il veto o esercitare il diritto di prelazione, ma non farà né l’una né l’altra cosa. “Stiamo ultimando le ultime procedure formali che consistono nell’informare chi avrebbe diritto, a norma di legge, di esercitare la prelazione”, spiega Franco Boggero della Soprintendenza per i Beni storici, artistici ed etnoantropologici della Liguria, che con il direttore regionale Maurizio Galletti ha seguito ogni fase della lunga trattativa, sotto un velo di silenzio a cui qualcuno ha tentato in vano di ribellarsi. Secondo Boggero non è un fatto particolarmente grave, poiché “le opere si spostano di pochi passi, dalle sale dell’Accademia, o dai suoi depositi, ai nuovi spazi della Fondazione da poco aperti al pubblico ogni primo giovedì del mese in Palazzo Doria dove sono già ospitati, in comodato, alcuni quadri dell’Albergo dei Poveri”. Ma in questo caso non si tratta di un comodato (una delle ipotesi suggerite da molti), ma di una vendita definitiva e vi è quindi chi ne sottolinea tutta la gravità. In primis Salvatore Settis, che, informato della notizia, dichiara: “Una collezione storica è molto più della somma dei quadri che la compongono: e questo lo sappiamo ormai da secoli. Salvaguardare i singoli quadri non basta, è necessario preservare l’integrità delle collezioni”. E nello specifico aggiunge: “La vendita dei quadri dell’Accademia Ligustica va in senso diametralmente opposto. E’ un segnale sinistro, anche perché viene da una città civilissima e con musei pubblici giustamente famosi”. Quale il ruolo dei mecenati in proposito? “Dalle fondazioni bancarie, il cui patrimonio si è costituito coi risparmi dei cittadini”, risponde Settis, “ci aspetteremmo liberalità in favore delle istituzioni culturali e non che contribuiscano alla morte delle collezioni. Se questo esempio verrà seguito, l’intero sistema italiano dei beni culturali precipiterà nell’abisso.” Perentoria, la sua opinione si aggiunge a quella degli studiosi locali. Piero Boccardo, direttore dei Musei di Strada Nuova, personalmente e da storico dell’arte si discosta dalla linea adottata dallo stesso Comune, che è uno degli Enti locali che siede al tavolo del Cda dell’Accademia insieme a Provincia e Regione, Boccardo aveva studiato già nel 2010 un’ipotesi di razionalizzazione espositiva di quadri e sculture, da integrare alle collezioni civiche. Ma è stato pressochè inascoltato. E’ riuscito solo a far togliere alcuni quadri dall’elenco delle opere in vendita, dimostrandone l’inalienabilità. Altre però, sono rimaste nella lista, pur essendo poco rispettoso venderle nei confronti di chi le aveva donate. “Per esempio il “Paesaggio” di Giuseppe Bacigalupo, regalato dalla figlia Rosa, anche lei pittrice, perché l’Accademia non aveva opere del padre, che era stato tra gli insegnanti più illustri dell’istituzione”, spiega Boccardo. Un caso analogo è quello dei due “Ritratti” di Joseph Dorffmeister donati dall’autore nel 1803 quando viene nominato accademico. Un atto di irriverenza nei confronti dei donatori, che secondo Boccardo, è privo di stile, come lo è la vendita della “Maddalena” attribuita a Stefano Magnasco, acquistata coi fondi del Comune nel 1830 proprio per incrementare le collezioni dell’Accademia. A queste osservazioni il direttore dei Musei di Strada Nuova esprime disappunto e delusione per come è stata condotta questa operazione, che riteneva gravissima: “Si intacca così l’integrità di tutti i nuclei storici di una raccolta che è nata per la città. Inoltre, se negli Stati Uniti può aver senso che un museo venda, così come ha acquistato, per l’Italia è diverso. Quello museale è un patrimonio che è di tutti, indipendentemente dalla natura giuridica dell’Istituzione.” Ben conscio dei problemi finanziari dell’Accademia, Boccardo afferma: “Se il Museo rappresenta un costo, si può anche ipotizzare una temporanea chiusura, piuttosto che vendere”. Inascoltati sono stati anche un gruppo di provati cittadini, costituitosi in un comitato nel novembre del 2011 capeggiato da Eugenio Pallestrini, presidente del Teatro Stabile di Genova. Tra i firmatari sono diversi collezionisti (Egidio Gaslini Alberti, Roberto Clavarino, Paolo Magiante, Giorgio Teglio), intellettuali (Valdemaro Flick, Giuseppe Marcenaro, Gianni Martini, Marco Sciaccaluga, Magù Viardo) e professori universitari (Alberto Beniscelli, Ezia Gavazza, Lauro Magnani, Marco Salotti). Tra loro anche Maria Clelia Galassi, docente di Metodologia della storia dell’arte dell’Università di Genova, che dichiara risentita: “La nostra nonè n’alzata di scudi contro l’Accademia, né contro la Fondazione Carige, ma la denuncia della gravità di una vendita di beni che sono pervenuti all’Accademia perché ha ricoperto storicamente, una funzione pubblica quando, nell’Ottocento, non vi era un museo civico. E’ gravissimo”, ribadisce la Galassi, “che si vendano opere che giungono dal territorio o da enti pubblici come il Magistrato di Misericordia, o donate da privati che sapevano che nello statuto dell’Accademia era prevista l’inalienabilità”. Il precedente desta inquietudini nell’ambiente intellettuale genovese e dovrebbe scuotere anche la cittadinanza. Collezionisti, appassionati d’arte, artisti, grandi e piccoli mecenati è probabile che ci penseranno due volte a donare qualcosa ad un museo. La Galassi centra il problema quando afferma provocatoriamente: “Con questo si apre una strada pericolosa. Se continuiamo a non scandalizzarci, domani l’Accademia potrebbe vendersi il suo capolavoro di Perin del Vaga! Perché no?”.
Anna Orlando

Che cosa ha venduto?
Domenico Fiasella, Ester e Assuero, 250 mila euro; Giovanni Battista Merano, Mosè bambino e la corona del Faraone, 200 mila euro; Luca Saltarello, San Pietro risana un paralitico, 180 mila euro; Giovanni Battista Carlone, Giuseppe riconosciuto dai fratelli, 150 mila euro; Giovanni Andrea de Ferrari, Abigail porta i doni a Davide, 140 mila euro; Bartolomeo Biscaino, Bacco ebbro, 130 mila euro; Carlo Antonio Tavella, Paesaggio con la Maddalena, 110 mila euro; Carlo Antonio Tavella, Paesaggio con frate cappuccino, 110 mila euro; Vincent Malò, Sacra famiglia con i santi Elisabetta e Giovannino, 90 mila euro; Stefano Magnasco (attr.), Maddalena, 90 mila euro; Giuseppe Antonio Petrini, Filosofo, 90 mila euro; Giuseppe Bacigalupo, Paesaggio con pescatori, 70 mila euro; Domenico Fiasella, Busto di giovane donna, 55mila euro; Giovanni Agostino Ratti (?), Santa Caterina Fieschi, 55 mila euro; Giovanni Battista Merano, Sant’Agostino Vescovo, 50 mila euro; Giovanni Agostino Cassana, Nido di piccioni, 50 mila euro; Domenico Piola (attr.), Riposo durante la fuga in Egitto, 40 mila euro; Joseph Dorffmeister, Coppia di Ritratti, 40 mila euro; Bernardo Castello, La vendita della primogenitura, 35 mila euro; Bernardo Strozzi (attr.), Figura femminile, 35 mila euro; Anonimo, Cena in Emmaus, 25 mila euro; Anonimo, Copia da Veronese, 25 mila euro; Cornelis de Wael, Paesaggio con Mosè, 20 mila euro; Anonimo, Paesaggio con architetture, 15 mila euro; Cesare Corte, Maddalena, 15 mila euro; Anonimo, Catone, 5 mila euro; Anonimo, San Pietro, 3 mila euro.

venerdì 4 gennaio 2013

L'alibi di satana

Chiamare certa gente "satanisti" fa comodo a tutti. Alla fine dei conti chi siamo noi, miseri mortali, per impicciarci delle questioni del maligno? Chiamarli semplicemente vandali invece, oltre a togliere quell'aura di mistico potere malvagio, richiama all'ordine ben più di un responsabile (Comune, Soprintendenza, proprietari stessi) che dovrebbe tutelare quelle che oggi sono ormai le spoglie di Villa Piuma. Se c'è qualcosa che traspare dai graffiti e dalle scritte lasciate dai "visitatori indesiderati" sulle pareti dell'edificio non è certo l'inclinazione verso pratiche diaboliche, se mai è una certa imperizia nell'uso di vocaboli triviali della lingua italiana e una dubbia qualità grafica che suggerirebbe di intensificare i corsi di ornato nelle scuole dell'obbligo, tanto da avere, per lo meno, atti vandalici "artistici". Ancora meno "satanico" appare l'atteggiamento verso l'intero complesso architettonico: non so se il diavolo abbia l'uso di smontare pezzo per pezzo i luoghi in cui poggia il piede (o lo zoccolo), ma i suoi presunti seguaci senza dubbio si sono dati un gran da fare sotto questo punto di vista. Al decadimento apportato dall'incuria e dagli agenti atmosferici (importante è infatti il danno causato da un parziale crollo del tetto che ha denotato cospicue infiltrazioni d'acqua nelle volte), si sono aggiunte distruzioni sistematiche e quasi totali di qualunque elemento presente nella struttura, per arrivare, infine, anche al sollevamento delle lastre dei pavimenti o all'abbattimento di muri, quando non allo scavo di voragini nel suolo stesso della villa.

Ecco dunque il risultato di anni di abbandono e del "non voler vedere" il problema del vandalismo da parte delle autorità competenti che, lo ricordo, hanno il DOVERE di vigilare sullo stato conservativo di un bene vincolato (e villa Piuma lo è) nonostante esso appartenga ad un privato. Anzi, la legge prevede che qualora il proprietario stesso non sia in grado di gestire quel determinato bene storico-artistico, l'organo competente dovrebbe intervenire per tutelarlo, arrivando in casi estremi anche alla diretta presa in gestione del manufatto.

Invece come al solito tutto tace: la villa è misconosciuta dai genovese e "mitizzata" come luogo "malefico" dagli abitanti locali (e da alcuni siti internet), tanto che gli unici frequentatori sono i vandali-satanisti, i giocatori di Soft-air e (ultimamente) una troupe di fotografi (!!!); la famiglia proprietaria langue in uno stato di empasse dovuto ai più che tradizionali screzi nobiliari interni; il Comune credo che non sappia neppure della sua esistenza; la Soprintendenza...che cosa sarebbe questa "Soprintendenza"????
Risultato della conta, a nessuno importa cosa succede alla villa. Genova perde un ennesimo simbolo di un ideale di bellezza che se in passato fu dei "pochi" (gli aristocratici che a suon di palanche si facevano erigere magnifici palazzi), oggi potrebbe e dovrebbe essere di tutti: Villa Piuma gode di una vista straordinaria (forse unica) sulla val Polcevera che spazia sino al mare, a quindici kilometri di distanza, senza essere ostacolata neppure dalle oscenità oggi costruite per imbruttire e soffocare il lungo-fiume. Avrebbe potuto essere un luogo piacevole per i ragazzi e le famiglie, un albergo, un ristorante, un museo, un ostello, un centro benessere, una casa di qualcuno che volesse occuparsene, ma non è stata, non è e non sarà nulla di tutto questo.
Aspetteremo che il tempo passi, che i satana vari completino in vece nostra l'opera di demolizione e quando le sue finestre non saranno che orbite vuote affacciate sul mare e sui monti liguri potremo dire, tutti in coro d'amore e d'accordo, che oramai è troppo tardi per salvarla. Oggi, adesso, quando ancora qualcosa per salvare questo luogo che se non artisticamente è straordinario paesaggisticamente, si potrebbe fare, nessuno ha voglia di sapere in che condizioni si trova. La conoscenza implica la responsabilità, e la responsabilità è una questione troppo, troppo scabrosa e faticosa per essere affrontata.
Dopotutto, l'alibi di satana non è così male come copertura no?


Appendice.

Dal momento che online troverete solo notizie di Villa Piuma a riguardo di messe nere, profanazione di tombe o racconti risibili su congiure demoniache legate ad atroci sacrifici umani del passato, vi lascio semplicemente alcune notazioni storiche sul'edificio stesso, che è stato effettivamente ben poco studiato.
Edificata nei primi decenni del XVIII secolo per la famiglia Pittaluga, la villa passa nelle mani della famiglia Piuma nel 1812, per rimanervi sino ai giorni nostri. La struttura della villa si qualifica come legata al tradizionale volume rettangolare tipico dell'architettura genovese, presentando sul fronte un atrio al piano terreno con tre grandi aperture, vicine alla concezione introdotta dall'Alessi nel XVI secolo. Ben diversa è però la monumentalità del costruito, che non presenta logge o spazi aperti, ma una solidità e compattezza estreme, scandite solo dalle aperture delle finestre e dal fregio marcapiano che separa il piano terra dal piano nobile. Gli spazi interni originari furono rimaneggiati alla fine del XIX o all'inizio del XX secolo dai Piuma, che  ampliarono il parallelepipedo della villa con l'aggiunta di alcuni volumi sul retro della stessa, inglobando molto probabilmente anche la cappella, che fino ad allora era con tutta probabilità un volume separato. Invariati rimasero il grande e luminosissimo salone del piano nobile e in generale tutti gli ambienti sul fronte dell'edificio, mentre sul retro vennero inseriti due piani ammezzati e alcune scale di servizio per far fronte al numero di "abitanti" della villa che doveva essere cospicuo nei periodi di utilizzo intenso.
Degno di nota è l'atrio voltato, delimitato da due coppie di colonne ioniche binate su cui insistono archi a tutto sesto, mentre la decorazione degli spazi interni, sebbene molto presente, è di matrice tardo ottocentesca se non novecentesca (specialmente l'ambiente della cappella) con raffigurazioni ad affresco di carattere floreale e a grottesca e non sembra degna di particolare rilevanza artistica. Di incredibile pregio è invece la vista che si gode dal salone del piano nobile, potendo far spaziare lo sguardo su tutta la val Polcevera giungendo sino al mare, comprendendo nel campo visivo ai lati sinistro e destro sia i forti di Genova che il Santuario della Madonna della Guardia. Grande rilevanza dovevano avere anche le essenze piantate nel giardino antistante la villa, a partire dai grandiosi cedri centenari che ancora svettano nello spiazzo oggi invaso dai rovi. Resta ancora leggibile, sebbene fortemente compromessa, la strada di accesso carrozzabile e pergolata che conduceva dalla casa del custode sino allo spiazzo antistante la villa: ne rimane il tracciato tipicamente sinuoso a tenaglia attorno allo spazio del parterre centrale e la serie di piloni tra cui si intravede un vialetto ciottolato.


Atrio al piano terreno, chiuso da coppie di colonne binate a formare una atipica serliana
I capitelli in stucco quasi totalmente distrutti dalle mani dei vandali

L'atrio, come si presentava nei primi decenni del XX secolo (fonte: Le ville del Genovesato)

Soffitto voltato e decorato a fresco con pesante cedimento della struttura portante

Soffitto voltato e decorato a fresco con decorazione del XX secolo


Canocchiale visivo della Val Polcevera sino al mare, godibile dal salone del Piano Nobile

Altare della cappella completamente distrutto dai vandali 

Fronte della Villa



Fronte della villa visto dalla parte bassa del giardino

Angolo occidentale della villa dall'arrivo dell'antica strada d'accesso

Lato occidentale della villa. Si noti l'allungamento del tetto verso la parte posteriore, dovuto all'ampliamento voluto dai Piuma nel XX secolo.


Interno della Cappella.

Resti del grande camino di uno dei salotti del piano nobile

Particolare del fregio marcapiano

Il ninfeo sul retro della villa privato della statua che lo ornava e sommerso dalla vegetazione


Ciò che resta della biblioteca e dell'archivio Piuma




giovedì 22 novembre 2012

C.V.D. Come Volevasi Dimostrare.

http://genova.repubblica.it/cronaca/2012/11/22/news/via_aurea_rester_a_vista_l_antico_selciato_ritrovato-47205597/

Ed ecco che, con spiccata abilità profetica, si palesa all'orizzonte esattamente il quadro che mi ero figurato.
Mi domando se i "plebisciti" via Facebook siano un bene o un male. Per come la vedo io le strumentalizzazioni di massa e le "crociate" senza prese di coscienza sono quanto di più deleterio si possa ottenere dalla comunicazione odierna, soprattutto su un tema delicato come quello del patrimonio culturale.

Tremo al pensiero di ciò che sarebbe successo al "Giudizio universale" di Michelangelo se, al suo tempo, i sistemi "plebiscitari" per decidere se il grandioso affresco dovesse essere conservato o distrutto perchè troppo licenzioso fossero stati facebook, twitter o internet in generale come oggi.

Quasi sicuramente oggi ne avremmo notizia solo dalle fonti. Meditate gente, meditate prima di lanciarvi in "imprese" conservative che in realtà non sono che specchi per le allodole, usati per distogliere l'attenzione dalle reali e gravi problematiche del patrimonio genovese e ligure.

mercoledì 10 ottobre 2012

"Ricordati di me...."


"Ricordati di me". Sembrano le parole sottese dal marmoreo gesto orante di questo angioletto, un gesto sconciato dal tempo e dall'uomo, che lo ha privato di parte delle sue morbide dita di stucco.


 "Ricordati di me". Sono le parole sussurrate da sotto uno spesso velo di polvere dalle voci inanimate di tutta l'aula della chiesa.



"Ricordati di me". Mormora Maria Immacolata, il cui sguardo ormai non contempla più gli altissimi cieli, ma solo uno spesso tavolato di legno che la ingabbia, sottraendola alla vista e negandole un'ascensione che brama da trecentocinquant'anni.


"Ricordati di me". Parole di marmo, scandite a labbra strette e con gli occhi immoti dai 'benefattori' di un passato che in queste sale sembra ancora più lontano.


Mormorii, nient'altro che mormorii quasi inudibili, fuori dalle mura spesse del grande edificio seicentesco. Gabbia dorata degli ultimi, fu fatto per non vederli, per "toglierli dalle strade", per non doverne subire la degradante presenza, in una città dove (nel XVII secolo) la popolazione si divideva sostanzialmente in pochissimi ricchi e molti poverissimi. Luogo fatto per dimenticare la "parte peggiore" della società, forse in una ingenua ottica filantropica dal ricco Emanuele Brignole, oggi subisce con gli interessi e una crudeltà quasi scientifica la stessa sorte che destinò per secoli agli ospiti accolti e trattenuti dentro le sue mura.


Ciononostante, quale che sia la condanna 'morale' che si voglia elevare al complesso dell'Albergo dei Poveri, eretto in Genova nell'anno 1666, resta una realtà dal valore artistico straordinario per la città. Un valore che però oggi soltanto in pochissimi conoscono o hanno avuto la fortuna di poter vedere di persona. In particolare le emergenze artistiche più straordinarie sono in sostanza tre:

1)La quadreria, pensata dal Brignole e i suoi successori come 'arredo' delle nude pareti delle stanze degli ospiti dell'albergo, quasi una bibbia pauperum, con intento moraleggiante. A questa si unirono però in anni successivi dei capolavori provenienti da tutte quelle chiese, monasteri, complessi religiosi soppressi o distrutti a partire dalla fine del XVIII secolo. 

2)La Chiesa di Santa Maria Immacolata, vero diamante incastonato nel cuore dell'Albergo anche architettonicamente parlando. Costruita ad immagine e somiglianza della Basilica Sauli di Galeazzo Alessi, nel suo originario progetto a quattro campanili, la chiesa è all'interno completamente bianca, priva di affreschi, ma adorna di pale d'altare dei massimi artisti del genovesato e sculture di una fattura impareggiabile. Basti pensare alla Maria Immacolata scolpita da Pierre Puget, forse il più grande scultore che mai operò a Genova.

3)Statue e busti dei cosiddetti benefattori, ovvero quelle personalità che donarono averi, imprese o lasciti per l'opera del Brignole, dalla sua costruzione in poi. Le statue monumentali (in stucco o marmo) sono decine, disseminate tra lo scalone principale, il salone e l'aula antistante la chiesa.

Recentemente per la quadreria la Soprintendenza in collaborazione con Fondazione Carige, la Diocesi di Genova e la fondazione E. Brignole ha studiato un piano di ricollocazione dei dipinti di maggiore interesse in alcune chiese della Diocesi che hanno dato disponibilità ad accoglierli o, dove necessario, a restaurarli a loro spese oppure sono stati affidati alla Fondazione Carige che li ha utilizzati per l'arredo del Palazzo Doria (sua nuova sede) effettuando restauri e garantendo l'accesso al pubblico una giornata ogni mese (ogni primo giovedì del mese, dalle 14 alle 17). Sicuramente è un passo in avanti rispetto alla collocazione precedenti delle tele, alcune delle quali (tra cui quattro opere di Valerio Castello) occupano ancora il vecchio "ricovero", di cui mostro una immagine. Sottolineo che su tutto stagnano due dita di polvere e che NESSUN dipinto è coperto neppure con un telo a scopo cautelativo. Stupiamoci poi che servano restauri costosi.

Se con alcune perplessità la soluzione adottata per la quadreria può in qualche modo soddisfare almeno per l'interesse che (finalmente) si è tributato a queste opere, ciò che non esito a definire INTOLLERABILE  e VERGOGNOSO è l'atteggiamento che è stato adottato nei confronti della Chiesa.
Quando, circa nel 2000, l'intero complesso passò in comodato d'uso cinquantennale all'Università di Genova, sotto l'occhio (si presumeva) vigile della Soprintendenza, la Chiesa era un gioiello. Certo, magagne, come in qualunque luogo con 300 anni di storia sul groppone, sicuramente se ne potevano trovare, ma il complesso era curato, pulito e manutenuto, svolgendo anche funzione di Parrocchia per le zone limitrofe. Ricordo di esserci stato a qualche funzione da bambino. Una chiesa bianchissima, come la Basilica di Carignano effettivamente, con la cupola che rifletteva la luce del mattino sul volto della Madonna del Puget, scolpita in un marmo così raffinato dalla mano dell'artefice che quasi pareva trasverberare. Emozioni di bambino, certo. Ma emozioni che di lì a poco nessuno, nè genovese nè foresto, avrebbe mai più potuto provare e chissà se mai potrà qualcuno provarle ancora. Chiusa la Chiesa, trasferita la parrocchialità, accorpandola al Carmine, l'Università cominciò a spianare la strada al più disdicevole degrado immaginabile, con la connivenza (tacita) della Soprintendenza. 
Vi verranno a dire che non c'erano e non ci sono soldi, che per i restauri ci vuole questo quello e codesto. Tutto un mucchio di oscene SCUSE. E neppure tanto ragionate. Quando questi enti, che dovrebbero promuovere il bello e i beni storico-artistici e culturali, vennero in possesso (seppur transitorio) di questo luogo esso era DECOROSO e GODIBILE da tutti i cittadini. In 10 anni (non 300) la Chiesa è in una condizione di magazzino ingombro, sporca, invisibile e soprattutto ha subito enormi danni materiali. Per mancanza di soldi vi diranno che non hanno neppure potuto chiudere le finestre (???) per evitare che l'acqua piovana dilavasse le pareti, gli stucchi e le tele di artisti del calibro di Domenico Piola. Per il costo eccessivo degli operai specializzati vi proporranno il sacrificio necessario delle dita delle mani degli angeli scolpiti da Francesco Maria Schiaffino per erigere la "cupola" protettiva in tubi da ponteggio dell'altar maggiore. Per mancanza di manodopera vi imploreranno di capire che coprire le opere con teli protettivi non era proprio possibile. Per mancanza di personale vi sottoporranno la fantasiosa teoria di dover aspettare 10 anni per poter portare all'attenzione della città il fatto che uno dei suoi più preziosi monumenti stava sprofondando nel degrado.


Voi non credetegli. INCAZZATEVI. Perchè queste persone ci deridono, ci ingannano e cercano di trasformarci in pecoroni della cultura. La cultura e l'arte sono cose radicate sul territorio, non si può amare Van Gogh o Mirò o Caravaggio se si lascia deperire il bene prezioso davanti alla fermata dell'autobus dove passiamo tutti i giorni. Sarebbe, anzi E', una clamorosa ipocrisia, nella quale stiamo sempre più scivolando. Questi enti sono doppiamente colpevoli. Perchè per paura di essere giudicati "male", non hanno mai permesso visite alla Chiesa e all'Albergo, adducendo patetiche scuse sul discorso delle norme di sicurezza, RUBANDO così effettivamente una ricchezza ai genovesi e agli italiani in generale. Una piccola nota. L'Immacolata di Pierre Puget è una delle quattro opere d'arte genovesi presenti in TUTTI i manuali di Storia dell'Arte, sfortunatamente da 10 anni nessuno la può più vedere, neppure i docenti della Facoltà di Genova.

COMPLIMENTI

Chiudo così, con l'amaro in bocca, preoccupato che questi oggetti, testimoni eloquenti della nostra civiltà e della nostra città (più in piccolo), non rappresentino più un valore per nessuno, neppure per chi dovrebbe tutelarne la sopravvivenza e la godibilità per i propri concittadini. Non solo questo purtroppo, ma anche l'aggravante di aver causato un "degrado colposo" di un bene che aveva bisogno di piccoli interventi per essere manutenuto e preservato, pesa sulle spalle dei responsabili attuali di questi beni. Il dramma è che chissà quando saranno disponibili le centinaia di migliaia di euro necessari (ora, non prima) per ricondizionare questo ambiente e i suoi arredi. Per non spendere poco prima, per pigrizia, per incuria o incompetenza ora tutta la comunità dovrà o accettare di perdere una sua incommensurabile ricchezza o di spendere una cifra iperbolica in un tempo difficile proprio sotto il profilo economico.

VOLETE CONTINUARE A FARVI PRENDERE IN GIRO IN QUESTO MODO? CON QUALE DIRITTO CHI HA COSI' POCO RISPETTO DEI CITTADINI E DEI BENI PUBBLICI RICOPRE ANCORA INCARICHI DI QUESTA RESPONSABILITA'? IO NON RIESCO A DARMI UNA RISPOSTA SODDISFACENTE, PURTROPPO.

Ecco, per chiudere con un sorriso (amaro purtroppo) come era la scultura di Puget e sotto una foto della Chiesa ante anni 2000.


martedì 9 ottobre 2012

Mobbastaveramenteperò!

Purtroppo non si tratta di parlare del nuovo capolavoro di Bruno Liegibastonliegi (che potete apprezzare nella sua genialità qui ), bensì di qualcosa di ben più drammatico.
Avete mai provato a partecipare a qualche conferenza, presentazione di volumi, 'tavola rotonda', incontro o semplice attività presentata dal MiBAC (Ministero per i Beni e le Attività Culturali) negli ultimi  mesi? Beh io non so voi, ma a me sembra di essere catapultato ogni volta in un universo parallelo. Come per magia (magia nera però) ad orari diversi, luoghi diversi e a sentire discorsi diversi mi ritrovo con le STESSE dieci (o meno) persone, over 60, che per pietà più che per vero interesse ascoltano la sbrodolata retorica di turno. 

Faccio alcune piccole precisazioni per non incorrere in incomprensioni fuorvianti:
-Non ce l'ho genericamente con il Ministero nè tantomeno con le attività culturali in genere.
-Apprezzo le persone interessate, di tutte le età, mi fa riflettere che non partecipino quasi mai degli individui giovani.
-Rispetto chi si fa in quattro per organizzare le attività che andrò a descrivere, ma contesto il modus operandi, ormai improduttivo e infelice.

Bene, torniamo al tema di queste poche (e polemiche) righe: due in particolare sono stati gli eventi che mi hanno dato un profondo senso di nausea e di impotenza.

Il primo è stato quello organizzato dalla Soprintendenza per i Beni storici, artistici ed etnoantropologici della Liguria in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio, in data 29 settembre 2012. Per prima cosa vorrei richiamare l'attenzione sulla assoluta follia che si deve essere impadronita degli organizzatori di codesto evento a livello nazionale: in due giorni, 29 e 30 settembre, in Liguria sono stati proposti non meno di 150 eventi . Ora mi chiedo: ma come diamine si pensa che la gente, per quanto interessata, possa partecipare a queste iniziative quando quasi tutte sono proposte non solo negli stessi giorni, ma addirittura nelle stesse ore? Perchè questa follia? Perchè parcellizzare ulteriormente un pubblico che, purtroppo, in relazione agli eventi culturali, non è sempre molto numeroso? Facendo l'esempio di Genova centro, alle ore 10.30 si trovavano in concomitanza almeno tre iniziative: visita guidata alla Villa Giustiniani Cambiaso, presentazione di documenti concernenti Galeazzo Alessi in occasione dell'Anno Alessiano all'Archivio di Stato, conferenza sui provvedimenti presi a riguardo della quadreria dell'Istituto Brignole da parte della Soprintendenza a Palazzo Reale. Per interessi personali avrei voluto prendere parte a tutti e tre, ma ho dovuto per forza scegliere ed ho scelto la presentazione dei restauri e delle nuove collocazioni della collezione del Brignole, dal momento che è un edificio vicino a casa mia e che mi ha sempre interessato. Non entro (troppo) nel merito di quanto è stato detto dai relatori, tuttavia sono rimasto sconvolto dal trovarmi davanti 8 rappresentanti del Ministero, ognuno con la sua particina da recitare e soltanto 6 altri uditori. Per di più l'esordio dell'incontro è stato: "Questa presentazione è per noi il fiore all'occhiello delle Giornate del Patrimonio". Perdiana la prossima volta mettitici un gatto morto all'occhiello, almeno così gli operatori ecologici vengono, se non altro per pulirti il bavero!!!
Ci rendiamo conto? Alla presentazione di un'operazione che coinvolge Ministero, Curia, Comune, Privati e Banche NON C'ERA UN'ANIMA! A sentire come queste persone spendono soldi pubblici e non per la tutela (o la presunta tale) dei monumenti e del patrimonio artistico della nostra città, nessuno ha avuto tempo, modo o voglia di presentarsi. Ebbene, per quanto uno possa essere pessimista, io non credo sia possibile. Non credo (e lo vedo tutti i giorni) che ci sia un disinteresse a tal punto manifesto da portare a queste conclusioni, e se davvero ci fosse forse bisognerebbe porsi delle ben più circostanziate domande. Io penso che la gente (giovani, vecchi, interessati e non) venga messa nelle peggiori condizioni possibili per prendere parte a questi eventi: in questo caso tre manifestazioni erano addirittura concomitanti per l'orario, il volantino (di cui ora non ho purtroppo l'immagine) era un fascicolo di 5 pagine (ci credo..per 150 eventi!!) stampato in carattere 10 e che ha fatto più ricchi gli oculisti dei pochi che l'hanno letto, il modus operandi della presentazione era come al solito il fuoco di fila di 8 bocche pronte a recitare la solita canzone dei tre porcellini. 



Il secondo è roba ben più recente. Lunedì mattina, stessa Sala da Ballo di Palazzo Reale, stesso orario (10.30). Stessa gente. Per fortuna la presenza del Sottosegretario di Stato Roberto Cecchi fa in modo che la sala sia degnamente piena. L'occasione è la presentazione di un paio di libri molto interessanti (a mio giudizio) sulla programmazione degli interventi manutentivi sul patrimonio monumentale italiano, interventi che porterebbero in proiezione un considerevole risparmio economico e un miglior monitoraggio della situazione degli edifici, evitando di dover ricorrere a restauri "d'emergenza" costosissimi e che hanno come prerogativa quella di essere applicati ad un'opera fortemente compromessa dal degrado.
Ok, l'argomento è interessante: attuale (vista la crisi economica se si tratta di risparmio si va a nozze...), coinvolge senza dubbio molti degli edifici storici genovesi e i relatori sono persone che hanno o dovrebbero avere una notevole competenza. Le premesse sono tutte eccellenti, diamine c'è pure un po' di gente sotto i quarant'anni! Quasi da strabuzzare gli occhi!
Ma ho commesso un micidiale errore di valutazione. La presenza del buon Roberto Cecchi condiziona le menti fortemente inclini al servilismo dei personaggi che a vario titolo si avvicendano al (unico) microfono, che a parte chinare il capo e mormorare i saluti al "Sottosegretario" (povero cristo, ma un nome ce l'ha!) confezionano una delle migliori enfilade di banalità e luoghi comuni sul restauro o l'idea che ne hanno maturato loro che mi sia mai capitato di sentire (e vi giuro che ne ho sentite parecchie purtroppo). L'apice è stato raggiunto quando la Soprintendente ai Beni Architettonici ha menzionato come esempio di restauro ben riuscito la Basilica di Carignano, sostenendo che vi si fosse intervenuti in previsione dell'Anno Alessiano (???) quando ad oggi la chiesa è ancora coperta di reti per evitare il crollo dei cornicioni sulla testa dei passanti e l'unico restauro (che risale a qualche anno fa) aveva interessato le facciate, restauro che, come spiegato dalla stessa Soprintendente, è già andato in malora per "Infiltrazioni d'acqua dovute alla mancata pulizia dei condotti di scolo delle acque piovane in occasione del restauro delle facciate....vedete...la manutenzione servirebbe!". E pensare che la paghiamo. Mio Dio.
IMPAGABILE (ve lo assicuro, dava una soddisfazione eccezionale, anche solo per determinare di non essere l'unico cretino in sala a pensare che i relatori stessero dando il peggio di sè stessi) il sardonico sorriso che inevitabilmente appariva sulle labbra di Cecchi ogniqualvolta l'oratore, vomitando una banalità dietro l'altra con l'aria di aver appena squarciato il velo di ignoranza che copriva i miopi occhi della platea, toglieva gli occhi dal suo viso (sì perchè si rivolgevano A LUI, non al pubblico....no comment) e li volgeva altrove. IMPAGABILE anche il suo intervento, impagabile perchè mette finalmente in ordine i tasselli e fa capire che no, per fortuna non sono tutti deficienti, e che sì, qualcuno che fa il proprio lavoro con passione e per passione c'è ancora. Non ha detto nulla di che, ma è stato chiaro, umile e conciso. Ha testimoniato la voglia di esserci, di svolgere un lavoro che alle volte non riesce, ma che con costanza viene portato avanti nonostante i più o meno manifesti boicottaggi da parte degli ispettori del ministero locali (spero che qualcuno si sia sentito chiamato in causa). Ha detto anche una cosa molto vera, ma che spesso non ci ricordiamo: "E' inutile che ci si stupisca dei crolli a Pompei, del degrado delle nostre città e dei nostri beni. Noi siamo in possesso degli strumenti per sapere ESATTAMENTE che cosa sta succedendo e che tipo di danni sta subendo il nostro patrimonio. Se non interveniamo e il danno diventa effettivo, non si tratta di "caso" o "fatalità", ma di una colpa. La nostra, che ne siamo i tutori".
Grazie Sottosegretario Roberto Cecchi. E' stato un bene che io fossi seduto in un posto da cui non potevo fuggire prima della fine della conferenza, mi sarei di certo perso le tue parole e avrei visto solo il lato negativo di questa ennesima giornata "culturale".

In conclusione di questo bollettino di guerra, quello che mi rimane in testa è che se vogliamo che i cittadini siano presenti e corresponsabili delle scelte che vengono operate sul patrimonio culturale, se si vuole che la città senta monumenti, quadrerie, musei e palazzi come qualcosa di "suo", che li voglia conoscere, amare e valorizzare, bisogna cambiare mezzo di comunicazione. Rinnovare le persone, rinnovare i modi, essere in grado di parlare una lingua comprensibile e non un dialetto estinto, per quanto possa sembrare ancora affascinante ai novantenni di un borgo collinare. Tutto questo senza rinunciare alla scientificità, al rigore dello studio e delle analisi necessarie, è ovvio, ma investendo nel dialogo che è il solo strumento capace di rimettere in comunicazione il mondo culturale con il mondo attuale di questa città, da troppo tempo ormai due universi estranei l'uno all'altro.