martedì 26 marzo 2013

Se niente importa

Il Museo è un'istituzione permanente senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che effettua ricerche sulle testimonianze materiali e immateriali dell'uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, le comunica e specificamente le espone per scopi di studio, educazione e diletto.
Statuto ICOM (1989)


Vorrei condividere una questione che mi sta molto a cuore: la situazione in cui versa l'Accademia Ligustica di Belle Arti, soprattutto per quanto riguarda l'istituzione museale.
Non so quanti di voi conoscano questo luogo straordinario, ospitato in uno splendido palazzo edificato da Carlo Barabino in Largo Pertini, ma spero di non essere banale delineandone le coordinate fondamentali. Istituita nel 1751 ad opera di un circolo di aristocratici che ritenevano necessario creare un centro per lo sviluppo di una scuola artistica ligure, l'Accademia si arrichì immediatamente di un patrimonio di opere donate dai suoi illustri fondatori e da moltissimi benefattori che ne scorgevano lo straordinario potenziale educativo e l'eccezionalità artistica. Eretta quindi per volere di privati, l'Accademia divenne poi nel 1939 Ente Morale patrocinato dallo Stato e dal Comune, condividendo perciò con tutti i genovesi e poi con tutti gli italiani il proprio tesoro artistico e formativo. Ancora oggi dalle sue aule escono giovani formati nelle arti decorative che contribuiscono a mantenere vivo il sempre più complesso ruolo dell'artista nella società.

Brevissime pillole, che certo non esauriscono l'argomento a riguardo di questa istituzione così importante per il territorio e da cui passarono grandi personalità come Girolamo Grimaldi, Nicolò Traverso, Giovanni David, Santo Varni, Giulio Monteverde e moltissimi altri. Quello che oggi accade in relazione all'Accdemia Ligustica è però sinistro e preoccupante: una improvvida gestione che ha mantenuto il museo chiuso sabato, domenica e lunedì e ha limitato le aperture dalle ore 14 alle ore 18.30 durante i restanti giorni feriali, ha fatto sì che il Museo scivolasse tra  le strutture meno visitate in tutta la Liguria, pur godendo di una posizione straordinariamente centrale. Da una fondamentale non conoscenza alla totale dimenticanza il passo è breve e ad oggi quasi il 75% dei genovesi, se interpellati riguardo l'Accademia, risponde mostrando di non sapere assolutamente di cosa si sta parlando. Risultato finale: Museo misconosciuto e buco nelle casse di oltre 2 milioni di euro.

Ed ecco che si arriva al nocciolo della questione: per "salvare" il Museo e la Scuola, mantenendo però lo status quo e apparentemente non intendendo sanzionare amministratori così "poco attenti" e rinnovare l'offerta di questo magnifico luogo valorizzandolo a dovere, si è deciso (molto ma molto dietro le quinte) di vendere parte delle collezioni ad un privato, nella fattispecie la Banca Carige. Per parlare di questa questione, mi permetto di riportare l'articolo di Anna Orlando, apparso sul Giornale dell'Arte, che tratta oserei dire magnificamente la questione. Fatevi una vostra opinione e poi, se volete, commentate. A mio parere non è ancora giunto il momento di gettare la spugna davanti a un atto che non esito a definire un vero e proprio sopruso, perpetrato da chi, come gli amministratori di Beni come questi, avrebbe invece il compito di tutelarli.


Opere in vendita per salvare la Ligustica.
“Segnale sinistro”, dice Settis, “rischia di allontanare collezionisti e donatori”.
Genova. Pubblichiamo in anteprima l’elenco completo dei dipinti che l’Accademia Ligustica di Belle Arti sta vendendo alla Fondazione Carige. Opere di Domenico Fiasella, Bernardo Castello, Giovanni Andrea de Ferrari, Giovanni Battista Carlone, Vincent Malò, Cornelis de Wael, Carlo Antonio Tavella: una bella antologia di pittura genovese e fiamminga del Seicento, la sua epoca aurea. La vendita è ora possibile perché il Consiglio d’amministrazione dell’Accademia ha cambiato lo statuto che prevedeva l’inalienabilità dei propri beni. Lo scopo è il salvataggio dell’istituzione, ammesso che la boccata di ossigeno finanziaria possa essere qualcosa di più di un temporaneo tamponamento delle perdite che mettono a rischio gli stipendi dei dipendenti e la vita stessa dell’Accademia e del suo museo. Si tratta dell’alienazione definitiva di 28 dipinti, per un valore complessivo di circa 2 milioni di euro. I prezzi sono stati stabiliti dal confronto tra una perizia commissionata dall’Accademia e una controperizia della Fondazione e possono essere ritenuti equi: non si tratta di un affare né di un “bidone”. Non è questo il punto. Lo Stato potrebbe porre il veto o esercitare il diritto di prelazione, ma non farà né l’una né l’altra cosa. “Stiamo ultimando le ultime procedure formali che consistono nell’informare chi avrebbe diritto, a norma di legge, di esercitare la prelazione”, spiega Franco Boggero della Soprintendenza per i Beni storici, artistici ed etnoantropologici della Liguria, che con il direttore regionale Maurizio Galletti ha seguito ogni fase della lunga trattativa, sotto un velo di silenzio a cui qualcuno ha tentato in vano di ribellarsi. Secondo Boggero non è un fatto particolarmente grave, poiché “le opere si spostano di pochi passi, dalle sale dell’Accademia, o dai suoi depositi, ai nuovi spazi della Fondazione da poco aperti al pubblico ogni primo giovedì del mese in Palazzo Doria dove sono già ospitati, in comodato, alcuni quadri dell’Albergo dei Poveri”. Ma in questo caso non si tratta di un comodato (una delle ipotesi suggerite da molti), ma di una vendita definitiva e vi è quindi chi ne sottolinea tutta la gravità. In primis Salvatore Settis, che, informato della notizia, dichiara: “Una collezione storica è molto più della somma dei quadri che la compongono: e questo lo sappiamo ormai da secoli. Salvaguardare i singoli quadri non basta, è necessario preservare l’integrità delle collezioni”. E nello specifico aggiunge: “La vendita dei quadri dell’Accademia Ligustica va in senso diametralmente opposto. E’ un segnale sinistro, anche perché viene da una città civilissima e con musei pubblici giustamente famosi”. Quale il ruolo dei mecenati in proposito? “Dalle fondazioni bancarie, il cui patrimonio si è costituito coi risparmi dei cittadini”, risponde Settis, “ci aspetteremmo liberalità in favore delle istituzioni culturali e non che contribuiscano alla morte delle collezioni. Se questo esempio verrà seguito, l’intero sistema italiano dei beni culturali precipiterà nell’abisso.” Perentoria, la sua opinione si aggiunge a quella degli studiosi locali. Piero Boccardo, direttore dei Musei di Strada Nuova, personalmente e da storico dell’arte si discosta dalla linea adottata dallo stesso Comune, che è uno degli Enti locali che siede al tavolo del Cda dell’Accademia insieme a Provincia e Regione, Boccardo aveva studiato già nel 2010 un’ipotesi di razionalizzazione espositiva di quadri e sculture, da integrare alle collezioni civiche. Ma è stato pressochè inascoltato. E’ riuscito solo a far togliere alcuni quadri dall’elenco delle opere in vendita, dimostrandone l’inalienabilità. Altre però, sono rimaste nella lista, pur essendo poco rispettoso venderle nei confronti di chi le aveva donate. “Per esempio il “Paesaggio” di Giuseppe Bacigalupo, regalato dalla figlia Rosa, anche lei pittrice, perché l’Accademia non aveva opere del padre, che era stato tra gli insegnanti più illustri dell’istituzione”, spiega Boccardo. Un caso analogo è quello dei due “Ritratti” di Joseph Dorffmeister donati dall’autore nel 1803 quando viene nominato accademico. Un atto di irriverenza nei confronti dei donatori, che secondo Boccardo, è privo di stile, come lo è la vendita della “Maddalena” attribuita a Stefano Magnasco, acquistata coi fondi del Comune nel 1830 proprio per incrementare le collezioni dell’Accademia. A queste osservazioni il direttore dei Musei di Strada Nuova esprime disappunto e delusione per come è stata condotta questa operazione, che riteneva gravissima: “Si intacca così l’integrità di tutti i nuclei storici di una raccolta che è nata per la città. Inoltre, se negli Stati Uniti può aver senso che un museo venda, così come ha acquistato, per l’Italia è diverso. Quello museale è un patrimonio che è di tutti, indipendentemente dalla natura giuridica dell’Istituzione.” Ben conscio dei problemi finanziari dell’Accademia, Boccardo afferma: “Se il Museo rappresenta un costo, si può anche ipotizzare una temporanea chiusura, piuttosto che vendere”. Inascoltati sono stati anche un gruppo di provati cittadini, costituitosi in un comitato nel novembre del 2011 capeggiato da Eugenio Pallestrini, presidente del Teatro Stabile di Genova. Tra i firmatari sono diversi collezionisti (Egidio Gaslini Alberti, Roberto Clavarino, Paolo Magiante, Giorgio Teglio), intellettuali (Valdemaro Flick, Giuseppe Marcenaro, Gianni Martini, Marco Sciaccaluga, Magù Viardo) e professori universitari (Alberto Beniscelli, Ezia Gavazza, Lauro Magnani, Marco Salotti). Tra loro anche Maria Clelia Galassi, docente di Metodologia della storia dell’arte dell’Università di Genova, che dichiara risentita: “La nostra nonè n’alzata di scudi contro l’Accademia, né contro la Fondazione Carige, ma la denuncia della gravità di una vendita di beni che sono pervenuti all’Accademia perché ha ricoperto storicamente, una funzione pubblica quando, nell’Ottocento, non vi era un museo civico. E’ gravissimo”, ribadisce la Galassi, “che si vendano opere che giungono dal territorio o da enti pubblici come il Magistrato di Misericordia, o donate da privati che sapevano che nello statuto dell’Accademia era prevista l’inalienabilità”. Il precedente desta inquietudini nell’ambiente intellettuale genovese e dovrebbe scuotere anche la cittadinanza. Collezionisti, appassionati d’arte, artisti, grandi e piccoli mecenati è probabile che ci penseranno due volte a donare qualcosa ad un museo. La Galassi centra il problema quando afferma provocatoriamente: “Con questo si apre una strada pericolosa. Se continuiamo a non scandalizzarci, domani l’Accademia potrebbe vendersi il suo capolavoro di Perin del Vaga! Perché no?”.
Anna Orlando

Che cosa ha venduto?
Domenico Fiasella, Ester e Assuero, 250 mila euro; Giovanni Battista Merano, Mosè bambino e la corona del Faraone, 200 mila euro; Luca Saltarello, San Pietro risana un paralitico, 180 mila euro; Giovanni Battista Carlone, Giuseppe riconosciuto dai fratelli, 150 mila euro; Giovanni Andrea de Ferrari, Abigail porta i doni a Davide, 140 mila euro; Bartolomeo Biscaino, Bacco ebbro, 130 mila euro; Carlo Antonio Tavella, Paesaggio con la Maddalena, 110 mila euro; Carlo Antonio Tavella, Paesaggio con frate cappuccino, 110 mila euro; Vincent Malò, Sacra famiglia con i santi Elisabetta e Giovannino, 90 mila euro; Stefano Magnasco (attr.), Maddalena, 90 mila euro; Giuseppe Antonio Petrini, Filosofo, 90 mila euro; Giuseppe Bacigalupo, Paesaggio con pescatori, 70 mila euro; Domenico Fiasella, Busto di giovane donna, 55mila euro; Giovanni Agostino Ratti (?), Santa Caterina Fieschi, 55 mila euro; Giovanni Battista Merano, Sant’Agostino Vescovo, 50 mila euro; Giovanni Agostino Cassana, Nido di piccioni, 50 mila euro; Domenico Piola (attr.), Riposo durante la fuga in Egitto, 40 mila euro; Joseph Dorffmeister, Coppia di Ritratti, 40 mila euro; Bernardo Castello, La vendita della primogenitura, 35 mila euro; Bernardo Strozzi (attr.), Figura femminile, 35 mila euro; Anonimo, Cena in Emmaus, 25 mila euro; Anonimo, Copia da Veronese, 25 mila euro; Cornelis de Wael, Paesaggio con Mosè, 20 mila euro; Anonimo, Paesaggio con architetture, 15 mila euro; Cesare Corte, Maddalena, 15 mila euro; Anonimo, Catone, 5 mila euro; Anonimo, San Pietro, 3 mila euro.

venerdì 4 gennaio 2013

L'alibi di satana

Chiamare certa gente "satanisti" fa comodo a tutti. Alla fine dei conti chi siamo noi, miseri mortali, per impicciarci delle questioni del maligno? Chiamarli semplicemente vandali invece, oltre a togliere quell'aura di mistico potere malvagio, richiama all'ordine ben più di un responsabile (Comune, Soprintendenza, proprietari stessi) che dovrebbe tutelare quelle che oggi sono ormai le spoglie di Villa Piuma. Se c'è qualcosa che traspare dai graffiti e dalle scritte lasciate dai "visitatori indesiderati" sulle pareti dell'edificio non è certo l'inclinazione verso pratiche diaboliche, se mai è una certa imperizia nell'uso di vocaboli triviali della lingua italiana e una dubbia qualità grafica che suggerirebbe di intensificare i corsi di ornato nelle scuole dell'obbligo, tanto da avere, per lo meno, atti vandalici "artistici". Ancora meno "satanico" appare l'atteggiamento verso l'intero complesso architettonico: non so se il diavolo abbia l'uso di smontare pezzo per pezzo i luoghi in cui poggia il piede (o lo zoccolo), ma i suoi presunti seguaci senza dubbio si sono dati un gran da fare sotto questo punto di vista. Al decadimento apportato dall'incuria e dagli agenti atmosferici (importante è infatti il danno causato da un parziale crollo del tetto che ha denotato cospicue infiltrazioni d'acqua nelle volte), si sono aggiunte distruzioni sistematiche e quasi totali di qualunque elemento presente nella struttura, per arrivare, infine, anche al sollevamento delle lastre dei pavimenti o all'abbattimento di muri, quando non allo scavo di voragini nel suolo stesso della villa.

Ecco dunque il risultato di anni di abbandono e del "non voler vedere" il problema del vandalismo da parte delle autorità competenti che, lo ricordo, hanno il DOVERE di vigilare sullo stato conservativo di un bene vincolato (e villa Piuma lo è) nonostante esso appartenga ad un privato. Anzi, la legge prevede che qualora il proprietario stesso non sia in grado di gestire quel determinato bene storico-artistico, l'organo competente dovrebbe intervenire per tutelarlo, arrivando in casi estremi anche alla diretta presa in gestione del manufatto.

Invece come al solito tutto tace: la villa è misconosciuta dai genovese e "mitizzata" come luogo "malefico" dagli abitanti locali (e da alcuni siti internet), tanto che gli unici frequentatori sono i vandali-satanisti, i giocatori di Soft-air e (ultimamente) una troupe di fotografi (!!!); la famiglia proprietaria langue in uno stato di empasse dovuto ai più che tradizionali screzi nobiliari interni; il Comune credo che non sappia neppure della sua esistenza; la Soprintendenza...che cosa sarebbe questa "Soprintendenza"????
Risultato della conta, a nessuno importa cosa succede alla villa. Genova perde un ennesimo simbolo di un ideale di bellezza che se in passato fu dei "pochi" (gli aristocratici che a suon di palanche si facevano erigere magnifici palazzi), oggi potrebbe e dovrebbe essere di tutti: Villa Piuma gode di una vista straordinaria (forse unica) sulla val Polcevera che spazia sino al mare, a quindici kilometri di distanza, senza essere ostacolata neppure dalle oscenità oggi costruite per imbruttire e soffocare il lungo-fiume. Avrebbe potuto essere un luogo piacevole per i ragazzi e le famiglie, un albergo, un ristorante, un museo, un ostello, un centro benessere, una casa di qualcuno che volesse occuparsene, ma non è stata, non è e non sarà nulla di tutto questo.
Aspetteremo che il tempo passi, che i satana vari completino in vece nostra l'opera di demolizione e quando le sue finestre non saranno che orbite vuote affacciate sul mare e sui monti liguri potremo dire, tutti in coro d'amore e d'accordo, che oramai è troppo tardi per salvarla. Oggi, adesso, quando ancora qualcosa per salvare questo luogo che se non artisticamente è straordinario paesaggisticamente, si potrebbe fare, nessuno ha voglia di sapere in che condizioni si trova. La conoscenza implica la responsabilità, e la responsabilità è una questione troppo, troppo scabrosa e faticosa per essere affrontata.
Dopotutto, l'alibi di satana non è così male come copertura no?


Appendice.

Dal momento che online troverete solo notizie di Villa Piuma a riguardo di messe nere, profanazione di tombe o racconti risibili su congiure demoniache legate ad atroci sacrifici umani del passato, vi lascio semplicemente alcune notazioni storiche sul'edificio stesso, che è stato effettivamente ben poco studiato.
Edificata nei primi decenni del XVIII secolo per la famiglia Pittaluga, la villa passa nelle mani della famiglia Piuma nel 1812, per rimanervi sino ai giorni nostri. La struttura della villa si qualifica come legata al tradizionale volume rettangolare tipico dell'architettura genovese, presentando sul fronte un atrio al piano terreno con tre grandi aperture, vicine alla concezione introdotta dall'Alessi nel XVI secolo. Ben diversa è però la monumentalità del costruito, che non presenta logge o spazi aperti, ma una solidità e compattezza estreme, scandite solo dalle aperture delle finestre e dal fregio marcapiano che separa il piano terra dal piano nobile. Gli spazi interni originari furono rimaneggiati alla fine del XIX o all'inizio del XX secolo dai Piuma, che  ampliarono il parallelepipedo della villa con l'aggiunta di alcuni volumi sul retro della stessa, inglobando molto probabilmente anche la cappella, che fino ad allora era con tutta probabilità un volume separato. Invariati rimasero il grande e luminosissimo salone del piano nobile e in generale tutti gli ambienti sul fronte dell'edificio, mentre sul retro vennero inseriti due piani ammezzati e alcune scale di servizio per far fronte al numero di "abitanti" della villa che doveva essere cospicuo nei periodi di utilizzo intenso.
Degno di nota è l'atrio voltato, delimitato da due coppie di colonne ioniche binate su cui insistono archi a tutto sesto, mentre la decorazione degli spazi interni, sebbene molto presente, è di matrice tardo ottocentesca se non novecentesca (specialmente l'ambiente della cappella) con raffigurazioni ad affresco di carattere floreale e a grottesca e non sembra degna di particolare rilevanza artistica. Di incredibile pregio è invece la vista che si gode dal salone del piano nobile, potendo far spaziare lo sguardo su tutta la val Polcevera giungendo sino al mare, comprendendo nel campo visivo ai lati sinistro e destro sia i forti di Genova che il Santuario della Madonna della Guardia. Grande rilevanza dovevano avere anche le essenze piantate nel giardino antistante la villa, a partire dai grandiosi cedri centenari che ancora svettano nello spiazzo oggi invaso dai rovi. Resta ancora leggibile, sebbene fortemente compromessa, la strada di accesso carrozzabile e pergolata che conduceva dalla casa del custode sino allo spiazzo antistante la villa: ne rimane il tracciato tipicamente sinuoso a tenaglia attorno allo spazio del parterre centrale e la serie di piloni tra cui si intravede un vialetto ciottolato.


Atrio al piano terreno, chiuso da coppie di colonne binate a formare una atipica serliana
I capitelli in stucco quasi totalmente distrutti dalle mani dei vandali

L'atrio, come si presentava nei primi decenni del XX secolo (fonte: Le ville del Genovesato)

Soffitto voltato e decorato a fresco con pesante cedimento della struttura portante

Soffitto voltato e decorato a fresco con decorazione del XX secolo


Canocchiale visivo della Val Polcevera sino al mare, godibile dal salone del Piano Nobile

Altare della cappella completamente distrutto dai vandali 

Fronte della Villa



Fronte della villa visto dalla parte bassa del giardino

Angolo occidentale della villa dall'arrivo dell'antica strada d'accesso

Lato occidentale della villa. Si noti l'allungamento del tetto verso la parte posteriore, dovuto all'ampliamento voluto dai Piuma nel XX secolo.


Interno della Cappella.

Resti del grande camino di uno dei salotti del piano nobile

Particolare del fregio marcapiano

Il ninfeo sul retro della villa privato della statua che lo ornava e sommerso dalla vegetazione


Ciò che resta della biblioteca e dell'archivio Piuma




lunedì 10 dicembre 2012

La Cultura del "precotto"

Ricordo bene, come se fosse oggi, che quando avevo circa dieci anni a scuola si scatenò un putiferio. Ai genitori era giunta difatti voce che alla mensa scolastica (alle elementari facevo due pasti a scuola, il martedì e il giovedì) d'ora in avanti sarebbero stati serviti cibi precotti. Per non meglio specificate "necessità contrattuali" (quindi tradotto "spendere meno palanche") non era più possibile affidarsi all'attuale ditta che pagava le nostre amate cuoche e tutti i materiali necessari per cucinare un pasto per 200 studenti. Meglio il precotto, no? Basta cuochi, basta cucine, non sporca, se avanza si usa la prossima volta: abbatte i costi e abbatte gli sprechi.
Beh io precotti non ne ho mai mangiati, per lo meno a scuola in quegli ultimi due anni di elementari. I genitori, giustamente indignati per queste considerazioni che facevano pagare alla qualità del cibo dei loro figli alcune "limate" al bilancio dell'istituto, fecero l'impossibile ed imposero quasi al Direttore e al Consiglio scolastico di ritornare sui propri passi. Questo però ormai diciotto anni fa.
Ad oggi il precotto è all'ordine del giorno: mense scolastiche, mense aziendale, bar, fast food, pseudo ristoranti a prezzi popolari, addirittura cene plug and play per inchiappati dei fornelli o raffinati frettolosi. Osannato dalla pubblicità, decantato dai palati più fini, l'essere "cotto a priori" non ne denota più la caratteristica di "scarsa genuinità" che tanto aveva allarmato i nostri zelanti genitori, in anni certamente meno abituati al "fast food" di quelli in cui attualmente viviamo. Come il cibo abbiamo tra l'altro cominciato a precuocere tutto: le vacanze sono precotte, acquistabili in pacchetti prestabiliti che non implicano neppure la fatica di capire dove vuoi andare, basta puntare il dito a caso sull'offerta migliore, pagare, fare la valigia e aspettare che il "tour" finisca. La comunicazione è ulteriormente precotta: all inclusive, relax, io-te-noi-voi tutti Gratis. Neppure devo guardare l'offerta migliore: non devo neanche PENSARE, solo telefonare, telefonare, telefonare, navigare, chattare, scaricare. LORO pensano a tutto, anche a scegliere il telefono che funziona meglio per TE, ti consigliano la TUA tariffa ideale e via. ALL inclusive. Comunicazione precotta e servita, ancora calda. Divertirsi è precotto: cinema, sport, teatro. Per una modica cifra puoi avere TUTTO, senza rinunciare a NULLA. W il precotto! W il tutto! 

Abbiamo precotto la scuola: meno materie, insegnanti riciclati e molto spesso sfruttati senza certezze, nessuna stabilità di programmi e di qualità educativa. Una "mensa" educativa sempre più affollata e meno alta qualitativamente, dove la maggior parte degli avventori si accontenta di essersi in parte riempito lo stomaco, senza neppure sapere di cosa. Abbiamo precotto le Università, simbolo di eccellenza e di alta formazione: piani di studio take away, utili a riempire le tessere a punti dei crediti per vincere la pirofila (laurea) finale. Ma che cosa importa? Abbiamo diffuso la cultura no? Abbiamo dato da mangiare a più persone, a meno prezzo e con il risultato di riempire la pancia a tutti. Sì, è vero, ma con cosa?

Il precotto non è un cibo scadente, ma non è un cibo fresco. E' conservato, scaldato e servito, orfano di qualcuno che lo confezioni con cura sul momento, figlio di una catena di montaggio anonima e priva di personalità. Abbiamo trasposto con grande nonchalance questo processo, che fino a poco tempo fa faceva inorridire i nostri parenti, dal cibo alla nostra cultura. Così per esempio le mostre che dovrebbero essere fonte di arricchimento e conoscenza, per le opere esposte e per i cittadini che hanno occasione di fruirne, sono diventate degli show di masterpieces, privi di nome e di valore proprio perchè straordinariamente noti a tutti. La mostra viene visitata perchè tutti sanno cosa vedranno, ci vanno per quella o quell'altra "grande opera", la conoscono, sanno chi l'ha fatta, appare su tutti i cartelloni pubblicitari. E' un'esposizione del noto, del conosciuto. Del precotto. Il ragionamento che ci sta dietro sembra esattamente quello che fece, ai tempi suoi, il Direttore della mia scuola elementare: perchè mantenere qualche storico dell'arte a fare ricerche sulle opere da esporre o sul periodo da trattare? Perchè consultare un architetto o un designer per rendere accattivante, ideale, confortevole l'esposizione? Perchè lavorare su una pubblicità efficace e bella? Chiamiamo un personaggio che abbia tanti contatti, mi porta un Caravaggio, un Van Gogh, un Monet e la gente verrà a frotte! Poca spesa, tanta resa. Peccato però che parlare di cultura non abbia granchè a che fare con le modalità di cucinare un piatto di maccheroni per una scolaresca, per quanto importante questo possa essere.

Non voglio trarre una conclusione, perchè sarebbe solo amara e di amarezza non abbiamo proprio bisogno.
Negli anni dei tagli, della dimenticanza del bene, del vero e del bello vorrei solo che ci riconoscessimo troppo legati ad un mondo che corre troppo in fretta e troppo lontano, estraniandoci dalla consapevolezza della nostra ricchezza culturale e spirituale, dalle nostre radici e da ciò che può renderci felici e orgogliosi.
Un mondo che punta a precuocerci la vita, dicendo come, cosa e perchè dobbiamo credere, pensare e fare.

Vorrei che fossimo come quei genitori (tra cui i miei, che non ringrazierò mai abbastanza) che non si piegarono a far mangiare ai loro figli dei cibi precotti: uniti, consapevoli e pronti a lottare per ciò che riteniamo importante per noi e per le future generazioni.

giovedì 22 novembre 2012

C.V.D. Come Volevasi Dimostrare.

http://genova.repubblica.it/cronaca/2012/11/22/news/via_aurea_rester_a_vista_l_antico_selciato_ritrovato-47205597/

Ed ecco che, con spiccata abilità profetica, si palesa all'orizzonte esattamente il quadro che mi ero figurato.
Mi domando se i "plebisciti" via Facebook siano un bene o un male. Per come la vedo io le strumentalizzazioni di massa e le "crociate" senza prese di coscienza sono quanto di più deleterio si possa ottenere dalla comunicazione odierna, soprattutto su un tema delicato come quello del patrimonio culturale.

Tremo al pensiero di ciò che sarebbe successo al "Giudizio universale" di Michelangelo se, al suo tempo, i sistemi "plebiscitari" per decidere se il grandioso affresco dovesse essere conservato o distrutto perchè troppo licenzioso fossero stati facebook, twitter o internet in generale come oggi.

Quasi sicuramente oggi ne avremmo notizia solo dalle fonti. Meditate gente, meditate prima di lanciarvi in "imprese" conservative che in realtà non sono che specchi per le allodole, usati per distogliere l'attenzione dalle reali e gravi problematiche del patrimonio genovese e ligure.

martedì 20 novembre 2012

Respice finem. Questione di punti di vista.


"Eccezionale. Dopo anni di ricerche e di studi finalmente gli sforzi congiunti di archeologi, storici dell'arte ed architetti hanno dato i frutti sperati. E' accaduto qui, a Genova, dove è venuto alla luce, sotto cinquanta centimetri di oscena e deturpante pavimentazione ottocentesca composta da selciato, sabbia e pietrisco, l'originale e magnifico ciottolato che pavimentava Strada Nuova a metà del 1500, anni della sua realizzazione. Lo straordinario ritrovamento ha subito messo in moto la macchina della tutela, che ha raccolto adesioni ed entusiasmi da ogni angolo: social network, giornali, singoli cittadini hanno cominciato a proporre soluzioni conservative ed espositive per il monumento che è ormai considerato testimonianza irrinunciabile e significativa dell'identità e della cultura dei cittadini. Chi propone una grande lastra trasparente per permettere a tutti di calcare ancora "virtualmente" gli antichi ciottoli sui quali, chissà, avrà forse posato la sua suola anche il pittore Luca Cambiaso o il fiammingo Pieter Paul Rubens; chi invece invoca un distacco e una musealizzazione più "ragionata" per meglio comprendere l'entità del manufatto e della sua importanza come testimonianza del grande "siglo de los genoveses". La soprintendenza ancora non ha proferito verbo, ma qualche voce di corridoio parla addirittura di un "Museo della Strada", che avrebbe come opera centrale e catalizzante proprio il ritrovamento epocale dei giorni scorsi."

Ecco, il tenore delle notizie che circolavano attorno a quello che a tutti gli effetti è stato uno "scavo" per motivi di gestione dei servizi pubblici (acqua, luce, gas), era senz'altro riassumibile come toni e come consapevolezza in qualche riga come quelle che ho provato, ironicamente, a scrivere io. Quello che è successo a Genova è molto banale in realtà: per l'ennesima volta hanno alzato il selciato di via Garibaldi, stavolta qualcuno se l'è data che quelle pietre tutte vicine non potevano essere lì per caso e "hip hip urrà" è uscita "l'antica via Aurea", secondo quanto starnazzavano tutti come le oche del Campidoglio a destra e a manca. Il passo dallo starnazzo alla concione è, si sa, molto breve e così in men che non si dica Facebook era popolato di grandi teorici della conservazione dei beni artistici, di grandi interessati alla "storia e cultura della propria città", alle "testimonianza preziose di un nobile passato". Chi sentenziava che è imprescindibile una finestra sul "pavimento" dell'attuale strada per poter ammirare l'abilità con cui i genovesi del XVI secolo giustapponevano le pietre, alla ricerca della perfezione e dell'equilibrio Rinascimentale; chi invece imponeva "ex cathedra" che subito si ponesse l'antico manufatto in un bel museo, in modo "che tutti possano ammirarlo"! E che diamine, vorrete mica privarci della NOSTRA via Aurea?? Noi, gli indefessi difensori della difesa di Genova città della cultura, dell'arte e della coscienza civile? Ma siamo pazzi? Stiamo forse scherzando? Chi è il folle troglodita e bifolco che oserebbe ancora porre terra e pietre sui sublimi conci sbozzati forse dalle diafane mani di Bernardino Cantone o (non oso neppure scriverlo) Galeazzo Alessi???
Bene, forse il troglodita e bifolco dimostrerebbe più sale in zucca di voi, amanti dello scoop, interessati da TG in edizione straordinaria, elettori di Obama e astenuti in Italia.
Pensate che una lastra di vetro o il confino (perchè è di confino che si tratta, non di esposizione) in una sala di un Museo sarebbero uno strumento utile a valorizzare il nostro misconosciuto e bistrattato patrimonio? Mi dispiace, eroi, sarebbe troppo facile: questi scoop, queste vittorie facili, questo "patrimonio diffuso", questa "tutela immediata" sono solo lo strumento per lavare la coscienza lurida di una Città che vive un'amnesia culturale quasi irreversibile, facendoci sentire tutti più "culturalmente impegnati" senza però impegnarci sul serio. Insomma è come fare le domeniche senza auto per far finta di essere un Comune amico dell'ambiente quando si taglia tutto il tagliabile sul trasporto pubblico, incentivando così quello privato con conseguente impennata del relativo inquinamento.

Noi NON abbiamo bisogno di altre lastre di vetro per terra. Mi bastano quelle di Santa Fede, quelle del porto antico e quelle che neppure ricordo perchè nessuno si è mai degnato di dirmene il significato e quindi per me e per tutti non vogliono dire nulla. Genova NON ha bisogno di un'altra sala di museo con l'ennesimo pezzo di pietra, eredità di chissachì, le bastano le sale (vuote) del Museo Diocesano, quelle (deserte) dell'Accademia Ligustica, la desolazione del Museo di Storia Naturale Giacomo Doria, le sue Ville dimenticate, le chiese deserte e semi abbandonate, la Basilica di Carignano e Villa Gustiniani Cambiaso, monumenti alessiani che crollano nell'anno alessiano (ironia del destino), l'Albergo dei Poveri - novella reggia del degrado organizzato.

Noi e Genova abbiamo bisogno di conoscere, amare e POI valorizzare (con consapevolezza quindi) il nostro patrimonio. Abbiamo bisogno di scoprire il piacere di riconoscere luoghi, valori, monumenti, capolavori, semplici "eredità" e testimonianze del passato che sono nostre per diritto, ci qualificano e ci rappresentano e in qualche modo sono anche il nostro biglietto da visita nei confronti di chi a Genova ci viene per turismo o per lavoro. Bisogno di senso civico, di responsabilità condivisa del NOSTRO patrimonio, perchè è venuta finalmente l'ora di smettere di demandare ad altri gli obblighi di tutela e valorizzazione: è il NOSTRO turno, quello di noi cittadini, di noi studenti, di noi "esperti" storici, storici dell'arte, geografi e letterati, di restituire agli occhi e ai cuori di tutti una città viva, frizzante e capace di esprimere un sincero coinvolgimento della sua gente.
Tutto questo però ha un prezzo, che è quantificabile nel voler fare le cose per bene, nel rischiare un investimento nella nostra promozione culturale puntando su giovani capaci ed entusiasti e non su dinosauri con il petto troppo pesante da un medagliere esageratamente folto. Un rischio però che sarebbe inevitabilmente ripagato cento volte tanto, creando quella circolazione di idee, eventi ed attività socio-culturali (concerti, conferenze, dibattiti, visite, tour guidati, mostre, aperitivi, feste....tutto -nei limiti- è lecito) che sono il motore delle attività commerciali, dell'immagine "pubblica" (e quindi turistica) della città e dei suoi abitanti. Si sa però, come ho detto, che una delle inderogabili leggi del mercato è che senza investimento, non ci può essere guadagno ed è questo il GIGANTESCO errore che l'Italia (ma un po' tutta Europa) sta commettendo: smettere di investire, tagliare solo in maniera brutale significa risparmiare un euro oggi, ma non riguadagnarlo mai più in futuro. Rendendoci però conto di questo processo erroneo e distruttivo si ha l'imperativo morale ed intellettuale di reagire: Genova come città può investire su se stessa, può proporsi come esempio virtuoso uscendo da una dinamica che potrebbe essere, se non fermata, catastrofica in breve tempo. Comprendere questo tipo di idea e farsene interprete dovrebbe essere l'obiettivo di ogni buona amministrazione che non mira al pareggio di bilancio gettando i libri contabili dalla finestra, ma che gioca il suo futuro sulle qualifiche, sulla volontà di fare bene e di crescere confrontandosi con la realtà presente (non passata) di un mondo delle cultura sempre più internazionale e multimediale, dove la COMUNICAZIONE è prerogativa indispensabile per dialogare efficacemente con le persone. BASTA eventi dove si trovano sempre le stesse 10 persone, BASTA personaggi incapaci che solo per aver pubblicato qualche libro amministrano istituzioni di cui non sono manifestamente in grado di promuovere il compito e l'importanza sul territorio, BASTA cultura-evento, mercificata come i prodotti in offerta al carrefour. BASTA, di queste cose NON abbiamo bisogno. I musei devono essere poli di dialogo aperto, centri di aggregazione, capaci di coordinare le iniziative sul territorio, non di reprimerle con gelosia e meschinità e così (ancora di più forse) dovrebbe fare la soprintendenza, organo preposto alla tutela dei beni, che oggi è una figura quasi più mitica del mostro di Lochness in quanto ad avvistamenti sul territorio. Sensibilità al mondo giovane, coinvolgimento attivo di scuole ed università, puntare ad un TARGET ALTO, non al minimo indispensabile per scimmie decerebrate, tanto per "tirare avanti". INVESTIMENTO (anche minimo all'inizio magari, ma minimo è sempre più di niente), SVECCHIAMENTO e innovazione, COMUNICAZIONE efficace e OBIETTIVI ALTI e ben delineati, sono a parer mio gli ingredienti per una città culturalmente vincente, capace anche di "mangiare" con la cultura, perchè no? Alla faccia (brutta) di Tremonti e di Bondi.

In conclusione, ricopriamola via Aurea. Non mettiamo vetri che non puliremo mai, non musealizziamo oggetti che non andremo mai a vedere. Il nostro patrimonio è ricchissimo e variegato, investiamo tempo, denaro ed affetti su ciò che possediamo. Sarà la strada per poter, in futuro, guardare a quel ciottolato con occhi più consapevoli.

sabato 20 ottobre 2012

Self-Destruction


Penso sempre più spesso che il problema più grosso della nostra società odierna non siano la crisi economica, la mancanza di lavoro, la spersonalizzazione dovuta all'impiego esagerato di tecnologia o l'inquinamento, tutte cose che, in maniera naturalmente relativa, si sono ripetute in maniera più percepibile o più attenuata lungo tutto il corso della storia. Mi capita di ragionare sul fatto che, in definitiva, il mondo ha vissuto delle tragedie inimmaginabili e che ne è uscito, a volte, più forte di prima. Ma là dove la civiltà ha toccato un punto estremamente basso, fateci caso, la situazione era quella di una forte compromissione culturale, dove un'urlo continuo nelle orecchie che propugnava falsi valori, una voce diffusa, non identificata, ti invitava a non pensare più con la tua testa alla cosa pubblica, che tu, povero cittadino inerme, avevi in definitiva altri problemi. Ci avrebbero pensato loro, gli altri, quelli che "sapevano cosa fare", a sistemare le cose. Ed ecco che la volontà di scrollarsi di dosso un fardello ingombrante come "le cose di tutti", che nessuno mai sa bene dove inizino e quando finiscano, se puoi permetterti di dire al tizio davanti a te che per terra le cartacce non ce le deve buttare oppure no ad esempio, si fa strada prepotente nei cuori del popolo oberato dalle cogenti necessità dell'oggi. "Vi prego, occupatevene voi, ho già tanti pensieri!". Quante volte ognuno di noi ha avuto voglia di dire una cosa del genere, in un periodo magari convulso della propria vita, quando davvero si va a dormire con il fiato mozzo e la speranza di non svegliarsi se non in un altro mondo, dove tutte  quelle ansie, quegli impegni, quelle difficoltà che sembrano insormontabili non esistano affatto?
A quel punto, la bomba è innescata. O sai scuoterti, stringere i denti e aggredire alla gola i momenti che seguono fino a che, sfinito e sanguinante, non ti troverai sulla cima del colle e la strada sarà tutta in discesa, oppure un tic dopo l'altro la bomba scoppierà. Nessun sopravvissuto, garantito.
Rimarrà soltanto il senso di sollievo per essersi tolti quel fastidioso, asfissiante peso dal cuore. Sì ma poi....quel peso cos'era? Che cosa è che ho messo nelle mani di quei sedicenti personaggi che via via si avvicendano a dirigere me, la mia città e tutto il resto?
Era la mia storia, i miei beni artistici, la mia cultura, l'istruzione dei miei figli.
C'è il malcelato pregiudizio che di queste cose se ne possano occupare solo gli "esperti". Quelli che si sono spaccati il mazzo a studiare sui libri più scientifici, quelli che hanno preso dodicimila aerei per partecipare a convegni con i tipi più tosti del mondo, quelli che hanno scoperto la Gioconda II- La Vendetta di Leonardo o hanno salvato il Colosseo dalle ruspe guidando la folla con un megafono, quelli che salgono sul tavolo per spiegare la letteratura a fanciulli depressi sorridendo alla Robin Williams. Eppure basterebbe così poco perchè ci si rendesse conto che cultura, arte, istruzione non possono sopravvivere se non sono valori CONDIVISI. Abbiamo "ceduto le armi" affidando completamente a dei presunti "responsabili" (ministri, soprintendenti, università) il nostro bene più prezioso, l'ipoteca su di un futuro ricco e illuminato ed essi si sono clamorosamente presi gioco di noi. Hanno fatto sembrare che a tutti non importasse nulla di questa ricchezza, che loro, poverini, lottassero tutti soli contro i mulini a vento per tenere in piedi l'arretrata scuola italiana (che faceva ancora scrivere le risposte e non usava i test a crocette: che trogloditi!), l'infruttifero e marcescente patrimonio culturale ("eh è colpa del popolo ignorante che non va nei musei a pagare il biglietto se tutto crolla! Guardate in Inghilterra quanti visitatori hanno!" Peccato che là i musei siano gratuiti.) o la quasi dannosa università pubblica (che peró guarda caso sforna le migliori menti d'Europa). Ci hanno convinto che tutto faccia schifo inevitabilmente e che si stia a galla solo grazie ai loro funambolici tentativi di salvare il poco salvabile.
Beh ci stanno prendendo in giro. Queste amministrazioni hanno munto il più possibile una scuola indomita ma ormai scheletrica ed ottuagenaria, senza creare posti per i giovani che l'avrebbero rinnovata, senza eliminare gli sprechi, ma solo tagliando risorse. Non solo: ne hanno soffocato la volontà educativa, stuprandone la programmazione e la ricchezza delle materie. Stessa cosa per l'università, dove clientelismo e spreco regnano ancora sovrani, ma al contempo sono state inseriti demenziali criteri meritocratici che escluderanno per sempre i giovani ricercatori dall'accesso alle docenze, buttando al vento i soldi che noi tutti (lo stato) abbiamo investito nella formazione di laureati e dottorati. E che dire del nostro patrimonio monumentale e museale? Beh per parlare solo di Genova basta pensare che il Museo dell'Accademia Ligustica ha dovuto vendere parte delle sue collezioni (pubbliche, di tutti!) a un privato per sopravvivere, che l'Albergo dei Poveri sta come potete leggere poco sotto, che i monumenti Alessiani (nel 500nario della nascita di Galeazzo Alessi) sono in condizioni che definire pietose è un complimento, con prospettive di peggioramento!

E' ora di riprenderci ció che è nostro, di essere PRESENTI, CRITICI e COSCIENTI di quello che stanno facendo alla nostra cultura, perchè un domani non possano convincere i nostri figli che tutta questa ricchezza, questo sapere e questa LIBERTÀ non siano mai esistiti. Rendiamoci conto che il rischio è questo! Che si perda la consapevolezza dell'importanza di ció che abbiamo "appaltato" a dei cattivi amministratori.
Per questo vi chiedo, a voi che leggerete queste righe, NON mollate. Andate a qualche noiosa conferenza che qualche vecchio trombone indice, vivete sulla vostra pelle questa sensazione che ho provato a descrivere. E poi cambiamo tutto. Diciamo la nostra ed esautoriamo degli individui palesemente inadatti e dannosi a farsi carico di queste responsabilità. Questo peró non si puó fare se prima tutte queste cose non diventano di nuovo VALORE ed INTERESSE condiviso da tutti. Finchè ci si ritrova in cinque agli "eventi" culturali, questi tizi daranno sempre la "colpa" alla nostra ignoranza ed al nostro menefreghismo: dobbiamo dimostrare che non è così o scopriremo con orrore, tra non molto, di esserci irresponsabilmente autodistrutti.

mercoledì 10 ottobre 2012

"Ricordati di me...."


"Ricordati di me". Sembrano le parole sottese dal marmoreo gesto orante di questo angioletto, un gesto sconciato dal tempo e dall'uomo, che lo ha privato di parte delle sue morbide dita di stucco.


 "Ricordati di me". Sono le parole sussurrate da sotto uno spesso velo di polvere dalle voci inanimate di tutta l'aula della chiesa.



"Ricordati di me". Mormora Maria Immacolata, il cui sguardo ormai non contempla più gli altissimi cieli, ma solo uno spesso tavolato di legno che la ingabbia, sottraendola alla vista e negandole un'ascensione che brama da trecentocinquant'anni.


"Ricordati di me". Parole di marmo, scandite a labbra strette e con gli occhi immoti dai 'benefattori' di un passato che in queste sale sembra ancora più lontano.


Mormorii, nient'altro che mormorii quasi inudibili, fuori dalle mura spesse del grande edificio seicentesco. Gabbia dorata degli ultimi, fu fatto per non vederli, per "toglierli dalle strade", per non doverne subire la degradante presenza, in una città dove (nel XVII secolo) la popolazione si divideva sostanzialmente in pochissimi ricchi e molti poverissimi. Luogo fatto per dimenticare la "parte peggiore" della società, forse in una ingenua ottica filantropica dal ricco Emanuele Brignole, oggi subisce con gli interessi e una crudeltà quasi scientifica la stessa sorte che destinò per secoli agli ospiti accolti e trattenuti dentro le sue mura.


Ciononostante, quale che sia la condanna 'morale' che si voglia elevare al complesso dell'Albergo dei Poveri, eretto in Genova nell'anno 1666, resta una realtà dal valore artistico straordinario per la città. Un valore che però oggi soltanto in pochissimi conoscono o hanno avuto la fortuna di poter vedere di persona. In particolare le emergenze artistiche più straordinarie sono in sostanza tre:

1)La quadreria, pensata dal Brignole e i suoi successori come 'arredo' delle nude pareti delle stanze degli ospiti dell'albergo, quasi una bibbia pauperum, con intento moraleggiante. A questa si unirono però in anni successivi dei capolavori provenienti da tutte quelle chiese, monasteri, complessi religiosi soppressi o distrutti a partire dalla fine del XVIII secolo. 

2)La Chiesa di Santa Maria Immacolata, vero diamante incastonato nel cuore dell'Albergo anche architettonicamente parlando. Costruita ad immagine e somiglianza della Basilica Sauli di Galeazzo Alessi, nel suo originario progetto a quattro campanili, la chiesa è all'interno completamente bianca, priva di affreschi, ma adorna di pale d'altare dei massimi artisti del genovesato e sculture di una fattura impareggiabile. Basti pensare alla Maria Immacolata scolpita da Pierre Puget, forse il più grande scultore che mai operò a Genova.

3)Statue e busti dei cosiddetti benefattori, ovvero quelle personalità che donarono averi, imprese o lasciti per l'opera del Brignole, dalla sua costruzione in poi. Le statue monumentali (in stucco o marmo) sono decine, disseminate tra lo scalone principale, il salone e l'aula antistante la chiesa.

Recentemente per la quadreria la Soprintendenza in collaborazione con Fondazione Carige, la Diocesi di Genova e la fondazione E. Brignole ha studiato un piano di ricollocazione dei dipinti di maggiore interesse in alcune chiese della Diocesi che hanno dato disponibilità ad accoglierli o, dove necessario, a restaurarli a loro spese oppure sono stati affidati alla Fondazione Carige che li ha utilizzati per l'arredo del Palazzo Doria (sua nuova sede) effettuando restauri e garantendo l'accesso al pubblico una giornata ogni mese (ogni primo giovedì del mese, dalle 14 alle 17). Sicuramente è un passo in avanti rispetto alla collocazione precedenti delle tele, alcune delle quali (tra cui quattro opere di Valerio Castello) occupano ancora il vecchio "ricovero", di cui mostro una immagine. Sottolineo che su tutto stagnano due dita di polvere e che NESSUN dipinto è coperto neppure con un telo a scopo cautelativo. Stupiamoci poi che servano restauri costosi.

Se con alcune perplessità la soluzione adottata per la quadreria può in qualche modo soddisfare almeno per l'interesse che (finalmente) si è tributato a queste opere, ciò che non esito a definire INTOLLERABILE  e VERGOGNOSO è l'atteggiamento che è stato adottato nei confronti della Chiesa.
Quando, circa nel 2000, l'intero complesso passò in comodato d'uso cinquantennale all'Università di Genova, sotto l'occhio (si presumeva) vigile della Soprintendenza, la Chiesa era un gioiello. Certo, magagne, come in qualunque luogo con 300 anni di storia sul groppone, sicuramente se ne potevano trovare, ma il complesso era curato, pulito e manutenuto, svolgendo anche funzione di Parrocchia per le zone limitrofe. Ricordo di esserci stato a qualche funzione da bambino. Una chiesa bianchissima, come la Basilica di Carignano effettivamente, con la cupola che rifletteva la luce del mattino sul volto della Madonna del Puget, scolpita in un marmo così raffinato dalla mano dell'artefice che quasi pareva trasverberare. Emozioni di bambino, certo. Ma emozioni che di lì a poco nessuno, nè genovese nè foresto, avrebbe mai più potuto provare e chissà se mai potrà qualcuno provarle ancora. Chiusa la Chiesa, trasferita la parrocchialità, accorpandola al Carmine, l'Università cominciò a spianare la strada al più disdicevole degrado immaginabile, con la connivenza (tacita) della Soprintendenza. 
Vi verranno a dire che non c'erano e non ci sono soldi, che per i restauri ci vuole questo quello e codesto. Tutto un mucchio di oscene SCUSE. E neppure tanto ragionate. Quando questi enti, che dovrebbero promuovere il bello e i beni storico-artistici e culturali, vennero in possesso (seppur transitorio) di questo luogo esso era DECOROSO e GODIBILE da tutti i cittadini. In 10 anni (non 300) la Chiesa è in una condizione di magazzino ingombro, sporca, invisibile e soprattutto ha subito enormi danni materiali. Per mancanza di soldi vi diranno che non hanno neppure potuto chiudere le finestre (???) per evitare che l'acqua piovana dilavasse le pareti, gli stucchi e le tele di artisti del calibro di Domenico Piola. Per il costo eccessivo degli operai specializzati vi proporranno il sacrificio necessario delle dita delle mani degli angeli scolpiti da Francesco Maria Schiaffino per erigere la "cupola" protettiva in tubi da ponteggio dell'altar maggiore. Per mancanza di manodopera vi imploreranno di capire che coprire le opere con teli protettivi non era proprio possibile. Per mancanza di personale vi sottoporranno la fantasiosa teoria di dover aspettare 10 anni per poter portare all'attenzione della città il fatto che uno dei suoi più preziosi monumenti stava sprofondando nel degrado.


Voi non credetegli. INCAZZATEVI. Perchè queste persone ci deridono, ci ingannano e cercano di trasformarci in pecoroni della cultura. La cultura e l'arte sono cose radicate sul territorio, non si può amare Van Gogh o Mirò o Caravaggio se si lascia deperire il bene prezioso davanti alla fermata dell'autobus dove passiamo tutti i giorni. Sarebbe, anzi E', una clamorosa ipocrisia, nella quale stiamo sempre più scivolando. Questi enti sono doppiamente colpevoli. Perchè per paura di essere giudicati "male", non hanno mai permesso visite alla Chiesa e all'Albergo, adducendo patetiche scuse sul discorso delle norme di sicurezza, RUBANDO così effettivamente una ricchezza ai genovesi e agli italiani in generale. Una piccola nota. L'Immacolata di Pierre Puget è una delle quattro opere d'arte genovesi presenti in TUTTI i manuali di Storia dell'Arte, sfortunatamente da 10 anni nessuno la può più vedere, neppure i docenti della Facoltà di Genova.

COMPLIMENTI

Chiudo così, con l'amaro in bocca, preoccupato che questi oggetti, testimoni eloquenti della nostra civiltà e della nostra città (più in piccolo), non rappresentino più un valore per nessuno, neppure per chi dovrebbe tutelarne la sopravvivenza e la godibilità per i propri concittadini. Non solo questo purtroppo, ma anche l'aggravante di aver causato un "degrado colposo" di un bene che aveva bisogno di piccoli interventi per essere manutenuto e preservato, pesa sulle spalle dei responsabili attuali di questi beni. Il dramma è che chissà quando saranno disponibili le centinaia di migliaia di euro necessari (ora, non prima) per ricondizionare questo ambiente e i suoi arredi. Per non spendere poco prima, per pigrizia, per incuria o incompetenza ora tutta la comunità dovrà o accettare di perdere una sua incommensurabile ricchezza o di spendere una cifra iperbolica in un tempo difficile proprio sotto il profilo economico.

VOLETE CONTINUARE A FARVI PRENDERE IN GIRO IN QUESTO MODO? CON QUALE DIRITTO CHI HA COSI' POCO RISPETTO DEI CITTADINI E DEI BENI PUBBLICI RICOPRE ANCORA INCARICHI DI QUESTA RESPONSABILITA'? IO NON RIESCO A DARMI UNA RISPOSTA SODDISFACENTE, PURTROPPO.

Ecco, per chiudere con un sorriso (amaro purtroppo) come era la scultura di Puget e sotto una foto della Chiesa ante anni 2000.